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Berlinale 60 – Ogni scelta è una rinuncia (purtroppo)

Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2010, Cinema | Posted on 15-02-2010

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greenberg Berlinale 60   Ogni scelta è una rinuncia (purtroppo)Il programma di Berlino è talmente fitto che ogni film è un azzardo: la scelta di una pellicola implica la rinuncia a un’altra in contemporanea, e il catalogo, con le sue scarne sinossi, non basta per un aiuto definitivo.
Non ci è andata benissimo nella giornata di ieri, purtroppo.

Greenberg, film in concorso del regista newyorkese Noah Baumbach, si avvale della preziosa presenza di un Ben Stiller capelluto alla Bill Wyman e di un Rhys Ifans passato dai fasti di Notting Hill alle commedie indipendenti, oltre che della grazia di Greta Gerwig, cui non è difficile prevedere un luminoso futuro. I suoi meriti., potremmo dire, finiscono qui. La vicenda della impossibile relazione fra un 40enne ex depresso e immaturo e una ventenne carina ma già  delusa dalla vita si trascina per quasi 2 ore di immagini straviste, divertenti ma del tutto conformi alle regole auree dei film alla Sundance (giovani, carini, con dialoghi simpatici e relazioni umane in primo piano, e possibilmente assai indipendenti ed economici). Sembra incredibile che un simile scipito bigino sia in concorso a una manifestazione solitamente così rigorosa come la Berlinale!
Il film da noi più atteso invece era l’italiano Cosa voglio di più (evento speciale fuori concorso della sezione Panorama), con cui Silvio Soldini torna a girare a Milano dopo quasi 20 anni, raccontando la passionale relazione extraconiugale di Anna e Domenico, altrimenti fecliemente accoppiati ma alle prese con le pulsioni erotiche rinate dopo anni di convivenza vagamente annoiata (e anche pericolosa, visto i soldi che non bastano mai). Attori formidabili quali Alba Rohrwacher e Pierfrancesco Favino non riescono a tenere in piedi una vicenda che non aggiunge nulla a quanto sia stato già  mostrato sull’argomento: la passione sfrenata, un sesso cercato, bramato e evidenziato negli sguardi ancor prima che nei corpi (generosamente mostrati da entrambi), la banalità  di una vita subita più che voluta, fra uscite programmate con i soliti amici, le compere al supermercato e i corsi di danza dei bambini. Tutto qui, per 130 interminabili minuti. Lo sfondo sociale, spesso presente nei film di Soldini, diventa solo un fondale posticcio in cui inquadrare le figure di personaggi costruiti a tavolino, fin troppo aderenti a una realtà  da rivista sociologica e quindi poco coinvolgenti; così il lavoro degli sceneggiatori diventa un esercizio di stile, bello ma esangue (vedere per credere i primi 15 minuti, da manuale di sceneggiatura ma già  senza partecipazione), e quello del regista solo una fotografia di uno stato d’animo.

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