Berlinale 60 – Ghiaccio e sentimento
Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2010, Cinema | Posted on 14-02-2010
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Berlino, ghiacciata come non mai, ci presenta al nostro arrivo due film stracolmi di emozione e sentimento.
Almeno, cosi´ vorrebbero essere le pellicole dirette dalla tedesca Doris Dorrie e dall´italiano Ferzan Ozpetek, entrambe in sezioni collaterali del Festival (rispettivamente, Berlinale Special e Panorama).
Nel primo, Die Friseuse, seguiamo le vicende tragicomiche di una parrucchiera assai sovrappeso, ripudiata dal marito in favore della sua migliore amica, che si trova da sola a crescere una figlia adolescente e a cercare di sbarcare il lunario con difficolta´, finche´ non sembra materializzarsi il sogno della sua vita, cioe´ avere un negozio tutto suo. Naturalmente, non tutto va per il verso giusto, e fra scorrettezze concorrenziali, soldi che girano vorticosamente e perfino traffici di vietnamiti clandestini, si giunge a una fine che dimostra una serena accettazione dell-esistente.
La freschezza dell´intreccio e la capacita´ di osservare con partecipazione ma anche con giusto distacco le vicende di persone comuni sono il pregio del film. Cui, peraltro, difetta una sorta di insistenza su particolari che si potrebbero solo accennare e il desiderio di riempire la vicenda con storie accessorie che ampliano l´intreccio ma distraggono dal punto focale della questione.
Il “nostro” Ozpetek, invece, torna a Berlino dopo tanti anni (qui aveva presentato i suoi primi film) con Mine vaganti, una commedia per lui inedita, in cui l´usuale indagine sulle disgrazie dell´omosessualita´ si unisce a una sceneggiatura brillante, colma di autoironia e battute fulminanti. Si ride molto, in questa storia che narra le vicende di una famiglia di imprenditori leccesi alle prese con un cambio societario e con le difficolta´ del passaggio generazionale (i due giovani figli del titolare devono assumersi la responsabilita´ della gestione del pastificio di famiglia, insieme alla figlia del nuovo socio).
Si ride di tutto cio´ che normalmente fa diventare rigidi i film di Ozpetek, cioe´ l´impossibilita´ di essere sinceri in un mondo che ti vuole ai margini, la capacita´ di scegliere una vita propria, la stessa diversita´ rispetto a una normalita´ vista, per una volta, con pieta´ anziche´ con cattiveria e sarcasmo. Peccato che il regista romano non riesca a mantenere la gioiosa distanza da una materia tanto turgida, e infarcisca il finale di una tragedia fuori luogo, oltre a costruire personaggi che sanno di stereotipato (evidente, questo, soprattutto nella figura della figlia del socio) e che non riescono a uscire dai cliche´ quando si confrontano fra loro. Un plauso va al cast, unito su toni elevati tanto nei protagonisti (Nicole Grimaudo, bellissima e dallo sguardo triste, Riccardo Scamarcio, definitivamente sdoganato, perfino Alessandro Preziosi, imbambolato ma con stile) quanto, soprattutto, nei ‘comprimari’ (e qui l’applauso va in primis a Lunetta Savino, madre inquieta e apprensiva e a Ilaria Occhini).


