Berlinale 60 – My Name is Khan, ovvero il sogno americano in salsa al curry
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Berlino 2010, Cinema | Posted on 13-02-2010
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Rizvan Khan è affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo già apparsa in altri film, tra cui Mary and Max di Adam Elliot, visto al Milano Film Festival a settembre. Ma soprattutto, e` un indiano musulmano nell´America post 11 settembre, e subisce, insieme con la sua famiglia (la moglie Mandyra e il figlio che questa ha avuto da un precedente matrimonio, Sameer), le conseguenze del razzismo che l´attacco terroristico ha scatenato nei confronti degli islamici. Armato solo degli insegnamenti di sua madre, Rizvan attraverserà l´America per non perdere la felicità che si è faticosamente conquistato. E, novello Forrest Gump, riuscirà a commuovere questo popolo così incline alle generalizzazioni.
Il nuovo film di Karan Johar non è un tipico prodotto di Bollywood, ma di fatto non si allontana poi troppo dal canone tradizionale dei film indiani, a cominciare dalla lunghezza. Un melodramma dai colori forti, e non solo per quel che riguarda la fotografia: la trama procede per eventi risolutivi, morti e ribaltamenti, anche là dove un po´ di quiete in più avrebbe dato respiro al film. E un´esplosione di buoni sentimenti e massime di vita, sottolineate in sala da applausi significativi, dove il tipico happy ending bollywoodiano (mancava solo un balletto finale) si sposa alla perfezione con la messa in mostra del sogno americano.
Che cosa ci fa, dunque, un film così in un festival europeo? La risposta sta nelle urla delle fan che hanno accolto il regista e le due star, uno Shah Rukh Kahn peraltro bravo in un ruolo così complicato e la bellissima Kajol, col suo sari dorato, che non si sono certo sottratti al bagno di folla, e hanno ripetutamente ringraziato il pubblico tedesco per il suo amore incondizionato per il cinema indiano. Ma soprattutto, la risposta sta nella voglia del pubblico di lasciarsi andare a una commozione che sarà anche facile, ma è così vera e semplice che perdersela sarebbe un peccato.


