Nine
Cinecittà, 1965. Guido Contini (interpretato efficacemente da Daniel Day-Lewis), il Maestro, è un famoso regista; ha fatto alcuni film che sono rimasti nel cuore della gente e un paio di fiaschi. Ora si deve misurare con un nuovo film dal titolo “Italia” ma è in autentica crisi di ispirazione. E allora fugge…fugge dalla scomoda conferenza stampa, fugge da Roma, tenta di fuggire da se stesso e dalla sua incalzante disperazione. Tutti gli chiedono di parlare del film e lui sostiene che parlarne sia ucciderlo, che è necessario trovare e rappresentare quell’attimo in cui “il sogno guizza di nuovo verso la vita”…ma come?
Il film diventa dunque, come l’originario 8 ½ di Fellini, la rappresentazione della difficoltà di trovare una storia, un senso, una rappresentazione; anche perché forse il regista è troppo preso a districarsi nei rapporti con le numerose donne della sua vita: la moglie (una commovente Marion Cotillard), l’amante (una sensuale Penelope Cruz), la musa ispiratrice (una stupenda Nicole Kidman), la ammiccante critica cinematografica (Kate Hudson); voci e sensazioni dal passato sono inoltre rappresentate dalla prostituta che introdusse Guido al sesso e dalla madre ormai morta (Sofia Loren) cui il figlio chiede consiglio nei momenti più bui. Da non dimenticare una bravissima Judy Dench, costumista senza peli sulla lingua, che con le sue frasi nette, riesce a volte a rischiarare la mente del tenebroso regista.
I balletti curati da Rob Marshall (regista di Chicago) hanno nel film funzione simbolica, immaginifica, trasfigurativa; sono a tratti sincopati, sensuali, coinvolgenti.
Quello iniziale, in cui le donne che appariranno nella storia indossano neri costumi, accenna ai ruoli ricoperti e ci precipita nella confusione della mente del regista; i successivi, di cui è di volta in volta protagonista ciascun personaggio femminile, ci mostrano come Contini veda “le sue donne”, e cosa ciascuna provi nei confronti di lui; si passa così dalla schietta vitalità di Lili la costumista, alla sensualità esplicita e allegra dell’amante Carla, a quella torbida della prostituta; si rimane affascinati dalla seduzione “fashion” e moderna della giornalista Stephanie e all’opposto dalla bellezza eterea e dal candore romantico della musa Claudia; ci si commuove per la sofferta e malinconica testimonianza di Luisa Contini e si torna nell’atmosfera sognante e rassicurante dell’infanzia grazie a Sofia Loren. Il balletto finale, una sorta di sfilata delle donne in bianco, sembra simboleggiare la ritrovata armonia del tormentato protagonista che forse ha saputo collocare ogni donna nel proprio ruolo. Per far questo però è dovuto passare dalla autocelebrazione del proprio ego alla consapevolezza del proprio egoismo e dei propri difetti (fasi anch’esse rappresentate da scene di danza) e forse solo ora potrà nuovamente aver qualcosa da dire.
Completano il quadro belle panoramiche dell’Italia anni Sessanta, affascinanti squarci su Cinecittà e sull’iter della produzione di un film e una colonna sonora che cattura. Certo, alcune rappresentazioni possono apparire, specialmente allo spettatore italiano contemporaneo, decisamente stereotipate: almeno la vita in Italia fosse stata e fosse solo così come la vedono gli americani!
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