Baciami ancora
Carlo, Giulia, Paolo, Adriano, Livia, Marco, Veronica e Alberto si ritrovano, dopo dieci anni e una serie di errori accumulati che nemmeno Fantozzi. C’è chi ha anche provato a importare cocaina dalla Colombia, ma la loro specialità è la complicazione di sentimenti e situazioni: le coppie scoppiano e quelle che si formano non possono certo essere definite equilibrate. E però, tra pianti e rincorse, sveltine e paranoie, alla fine l’amore trionfa per tutti, tranne quelli davvero incurabili. E non ditemi che vi ho svelato il finale, che lo sapevamo tutti che sarebbe finita a tarallucci e vino, ed è uno dei motivi per cui volevamo vedere questo sequel.
Al suo ritorno in Italia, Gabriele Muccino sembra non essersene mai andato. Rientra come un pisello nel suo baccello a fare i film alla Muccino. Una generazione, questa volta i quarantenni, e i suoi problemi: amore, figli, lavoro, i sogni che sono morti. Peccato che come le altre volte, il film pecchi di esagerazione: troppa carne al fuoco, per poi accorgersi che il tema è uno, e che forse sarebbe valsa la pena di dedicarsi con più attenzione a una sola declinazione, senza troppe variazioni. Ed esagerata è anche la caratterizzazione dei personaggi, che sembrano intrappolati nei loro difetti senza poterne uscire, diventando burattini prevedibili. Nevrosi alla Woody Allen, ma più caricate, ipocondrie e altri disturbi relazionali sembrano essersi dati appuntamento in una Roma in cui non smette mai di piovere (tranne nelle domeniche assolate in cui farsi una gita tra campi dorati da far invidia alla Mulino Bianco). Muccino non vuole però mai attraversare la soglia dell’autoironia, in cui di tutto questo si può ridere perchè abbia un senso ancora più profondo. E così si rimane nel patetismo, nel gridato, com’era successo in Ricordati di me. E il pubblico in sala sogghigna lo stesso.
Il film si fa più interessante proprio quando Muccino abbandona la carica sentimentale, i giochi di rimandi, per esplorare altri modi narrativi. In particolare, con l’ingresso di Adele, un nuovo personaggio evidentemente salvifico, il regista si allontana e dà come un tocco veristico alla scena. Finalmente non c’è spazio per ambientazioni romantiche o per giochi di luce, ma c’è solo un gioco di sguardi ripreso dall’esterno, gioco che poi continua anche successivamente. E’ come se, pur nella prevedibilità di tutto quello che seguirà, Muccino si sia voluto soffermare su un momento preciso e sul suo significato più puro. Ed è forse l’unica scelta registica davvero forte nel film, pur stonando nell’insieme invece così patinato, per poi venire definitivamente uccisa appena Adele comincia a parlare (una donna con quella dignità? E non può nemmeno essere ubriaca, se c’è il bicchiere di vino di fronte a lei).
Il problema maggiore del film è proprio la scrittura: le situazioni vengono risolte nel modo peggiore, e più banale, possibile, sia nei fatti, ma soprattutto per quanto riguarda i dialoghi, come quello inascoltabile tra Lorenzo e Veronica, per non parlare per i commenti fuori campo in cui Accorsi sembra citare direttamente le frasi dei biscotti della fortuna cinesi.
Una cosa, però, rimane da riconoscere: il film ha buon ritmo e pur se sarebbero bastate molto meno di due ore e mezza per arrivare allo stesso punto, non annoia. E questo è un merito che si può riconoscere a poche opere.
D’altronde, sapere quanto possono toccare il fondo quelli che sono stati alcuni tra i beniamini di una generazione, non ha prezzo.
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