25. Gennaio 2010

L’uomo che verrà

Locandina di “L’uomo che verrà”Monte Sole, appennino bolognese, 1943. La piccola Martina è diventata muta per il trauma della morte del fratellino. Sta per arrivarne un altro, in occasioni normali ci sarebbe da festeggiare: Ma c’è la guerra, i contadini devono tenere la guardia alta tanto nei confronti di quei partigiani con cui pure istintivamente simpatizzano quanto – e soprattutto – nei confronti dei tedeschi. Incursioni e rastrellamenti dell’una e dell’altra parte si susseguono sempre più serrate. Finché, dopo un’azione partigiana, nel settembre ‘44 le SS non decidono di fare piazza pulita dei supposti fiancheggiatori…

Ne avevamo avuto l’impressione al debutto con lo splendido Il vento fa il suo giro, fa piacere ricevere conferme a stretto giro di posta: il cinema italiano sarà agonizzante, ma ogni tanto qualche autore grazie a Dio emerge ancora. E’ il caso di Giorgio Diritti, che con quest’ultima fatica L’uomo che verrà – pemiata col riconoscimento del pubblico all’ultima Festa del cinema di Roma - entra nel novero (ahimé ristretto: ma le cose stanno al momento stanno così) dei registi italiani su cui scommettere per il futuro. Scuola Olmi, si è detto e ripetuto: e indubbiamente il magistero del maestro bergamasco, la sua attenzione al minimo per parlare del massimo, si sente tutto. Ma c’ è anche qualcosa – molto – di personale. Affrontando una delle peggiori pagine della storia della seconda guerra mondiale in territorio italiano – la strage di Marzabotto, 770 famiglie coinvolte, numero di vittime effettive ancora da stabilire – il regista sceglie una chiave volutamente sottotono, amplificata dalla scelta di una recitazione in stretto dialetto (non a caso il film è sottotitolato) che distanzia lo spettatore dagli avvenimenti. Ma non dal loro senso, in un esperimento linguistico che fa del significante il significato. Nessuna retorica resistenziale o guerresca, nessun patetismo esibito: ma l’alternanza di sequenze semi- documentaristiche e altre in soggettiva chiarisce benissimo cosa ci fosse in gioco, chi fosse dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Non risparmiando, grazie al punto di vista della bambina protagonista, una verità elementare ma quasi sempre sottaciuta dai contendenti e dalle varie correnti storiografiche : c’era gente che aveva voglia d’uccidere, e l’ha fatto, magari passando disinvoltamente dall’una all’altra delle fazioni. Ma qualcuno difendeva la propria terra, altri la occupavano ed erano disposti allo sterminio per continuare a farlo.
Circostanza che da sola vale un giudizio morale incancellabile Il tutto senza clamori o ipotesi sovrastrutturali come – per fare un esempio – nell’assai brutto Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee. Semplicemente registrando quanto succedeva a livello micro è quanto è successo a livello macro, e concedendo una speranza finale che nasce comunque dal dolore e dalla perdita. Girato in modo estremamente sorvegliato ma mai distaccato dal racconto, recitato benissimo da attrici di qualità e attori pressoché sconosciuti, L’uomo che verrà è uno di quei film dichiaratamente “piccoli” che rendono grande una cinematografia. Da vedere, assolutamente.

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