Avatar
In un futuro imprecisato, gli uomini sbarcheranno su Pandora, un pianeta lussureggiante con flora e fauna simile alle nostre ma un’atmosfera tossica. Nelle sue viscere, c’è un minerale preziosissimo per una Terra in cui le fonti di energia sono state ridotte ai minimi termini da una catastrofe ecologica. Il marine Jake Sully, costretto su una sedia a rotelle, deve convincere una tribù indigena, i Na’Vi, a lasciare il loro territorio perché nel sottosuolo la concentrazione di minerale è altissima: per far ciò, viene creato un “avatar”, una riproduzione umana a forma di Na’Vi (che sono antropomorfi ma alti 3 metri e bluastri) guidata con il pensiero dall’uomo in stato di trance. La spedizione di Sully si scontra però con le ricerche scientifiche di un gruppo di studiosi e con gli usi e i costumi dei Na’Vi, profondamente ancorati alla memoria del loro territorio…
C’è poco da dire su Avatar, il film che dovrebbe mutare per sempre la visione cinematografica (e che invece, molto probabilmente, non è altro che un gradino, seppur fondamentale, verso una fruizione diversa dell’emozione filmica): se ne parla da 15 anni, i rumors si sono infittiti negli ultimi 12 mesi e ora le copertine di ogni giornale riportano le allampanate figure dei Na’Vi. Il compito del recensore è arduo, non tanto perché si inserisce in un blob ininterrotto fatto di mille parole che dicono tutto e il contrario di tutto, quanto perché vanno scissi i due piani del film, ovvero quello meramente spettacolare e quello della vicenda narrata.
Dal primo punto di vista, Avatar è di sicuro la più incredibile emozione sensoriale che si possa aver mai provato al cinema. Credo che si possa paragonare solo allo sconvolgimento patito dagli spettatori che, alla fine dell’800, vedevano sullo schermo un treno che viaggiava contro di loro e fuggivano disperati perché convinti che fosse vero. La magia del 3D ci porta dentro lo schermo, nel mezzo della scena, e l’impressionante veridicità delle scene ci fa sentire come comparse nell’azione, o al limite come seduti a fianco alla sedia di Cameron. Non sappiamo se il 3D avrà lo sviluppo immaginabile (nel qual caso, forse, fra 10 anni queste parole suoneranno come preistoriche, un po’ come i racconti sui primi videogiochi come Space Invaders), o se si fermerà ad uno stadio poco più avanzato rispetto a questo. Sarebbe interessante vedere un film in 3D senza la presenza di effetti tecnologici e animali o piante create al computer, per verificare il livello di emozione nello “stare” in mezzo a una vicenda del tutto umana che si dipana nella sua apparente normalità. Ma a parte questo, Avatar è senza dubbio un incredibile passo avanti, e solo per questo la sua visione è imprescindibile.
Se però parliamo della storia narrata, non possiamo fare a meno di sottolineare come ci troviamo di fronte a uno dei peggiori film di Cameron. La banalità della storia, assai più simile a Pocahontas che a un film di fantascienza, l’inserimento di temi presi da una serie di bigini sulla storia delle religioni animiste e sulla colonizzazione degli Indiani d’America, la sfrontata e pacchiana malvagità del cattivo di turno (talmente esagerata da portare lo spettatore ad avere, a volte, dei moti di tenerezza nei suoi confronti), la storia d’amore stratelefonata e perfino inutile e a volte imbarazzante fra il terrestre e la principessa Na’Vi, concorrono a definire l’intreccio come ampiamente deludente. O quantomeno come un rozzo e maldestro tentativo di raccontare il futuro disastro ecologico che stiamo approntando ai giorni nostri, con lo strapotere delle multinazionali che uccide i sentimenti e la memoria dell’uomo. Non avevamo bisogno di tutta questa brillantezza tecnologica per narrare una simile vicenda: bastava avere un pizzico di fantasia in più, e, oltre a immaginare mondi meravigliosi come Pandora, popolarla di personaggi che non fossero così smaccatamente archetipici da sembrare usciti da un libro di storia dei miti. Il Cameron di Terminator e di Titanic ci aveva mostrato quanto ci sapesse fare, da questo punto di vista. Il Cameron di Avatar, no. Non è un motivo sufficiente per non vedere il film, ma si esce con gli occhi pieni di magia e un sapore dolceamaro in bocca, da occasione mancata.
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