Tra le nuvole
Ryan Bingham, frequent flyer dell’American Airlines, sfreccia da un lato all’altro degli States per licenziare dipendenti di aziende in crisi, e ogni tanto tiene conferenze motivazionali dove teorizza la necessità della solitudine affettiva . E’ ricco, single, bello, vincente, e ha un sogno: arrivare ai 10 milioni di miglia aeree. Incontra una donna affascinante come lui nel bar di un Hilton qualsiasi, e intreccia con lei una relazione fatta di aeroporti e alberghi. Nel frattempo, il suo capo vorrebbe inserire una procedura di licenziamento in videoconferenza, su progetto di una giovane e inesperta stagista. Il matrimonio della sorella porta però Ryan a riflettere sulla propria vita…
Dannato Jason Reitman, ce l’hai fatta anche stavolta! La sua notevole capacità di tratteggiare bozzetti di uno sconvolgente realismo, partendo da vicende quasi minimaliste e giungendo ad argomenti universali, ha colpito nel segno per la terza volta. Dopo il sottovalutato Thank you for smoking e il pluriacclamato Juno (vincitore a Roma nel 2007 e premiato con un Oscar per la sceneggiatura di Diablo Cody), con Up in the air Reitman tratteggia la solitudine del XXI secolo e la difficoltà dei rapporti umani, con una genialata delle sue: in primo piano, infatti, non c’è un uomo che soffre e che poi, attraverso vicende più o meno romanzate, giunge a un qualsivoglia equilibrio emotivo, ma una persona, come Ryan Bingham, che fa della sicurezza in se stesso e dell’anaffettività una bandiera, e il cambiamento che si produce in lui non lo porta affatto ad essere diverso, ma ad accettare un punto di vista differente. Lungi dalla visione di Reitman qualsiasi accenno di buonismo: siamo pur sempre nel campo del politicamente scorretto, seppur all’acqua di rose; si può amare o odiare Ryan Bingham, anche solo per il lavoro orribile che si è scelto e per la spietata consapevolezza che lo muove in ogni sua azione. Ma i suoi modi di fare, le sue certezze, perfino le sue debolezze che uno splendido George Clooney mostra nel sottotesto delle sue parole o fra le pieghe di un sorriso guascone ma malinconico, sono tremendamente umani.
Nello zaino figurato che ci portiamo appresso tutti i giorni (che presta il titolo alle conferenze di Bingham) ci sono un sacco di cose, pesanti o meno a seconda di come stiamo, di chi incontriamo o anche di come abbiamo dormito la notte prima. Non per forza dobbiamo svuotarlo e proseguire da soli: dipende dal momento, dalla situazione. E a volte, lo stesso zaino potrebbe sembrarci miracolosamente leggero nonostante sia colmo di persone o oggetti. Questa è la situazione di Bingham all’inizio del film, inconsapevole delle proprie emozioni, questo è quel che lui scopre nel corso di vicende che gli cambiano non tanto la vita, quanto la percezione di essa. Sarebbe il caso di dare un’occhiata più frequente, al fardello che ci portiamo appresso. E di accontentarci un po’ di più, forse. Questo è il messaggio che sembra portare la sceneggiatura perfetta di Sheldon Turner, basata sul libro omonimo di Walter Kirn e mixata con uno scoppiettante ritmo da commedia: quello giusto per non farci sentire la “pesantezza” di parole che, invece, ci giungono dritte nell’anima.
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