Il quarto tipo
A Nome, in Alaska, da qualche tempo molti abitanti si svegliano all’improvviso durante la notte e non riescono più a prendere sonno, spaventati da un sogno in cui ricorre la figura di un gufo. Per questo sono in cura con la psicologa Abbey Tyler, il cui marito è morto da pochi mesi in circostanze misteriose. Quando la dottoressa decide di sottoporre i suoi pazienti a ipnosi, succede l’imponderabile: follie omicide, fenomeni paranormali, e registrazioni in cui compare una voce tenebrosa che parla in una lingua sconosciuta. Abbey decide di ricorrere all’aiuto di un antropologo, mentre entra in campo l’ipotesi di rapimenti alieni…
Da decenni ricorrono i racconti di chi sostiene l’esistenza di entità aliene e la loro comparsa sulla Terra: a partire dagli avvistamenti di presunti UFO, fino ai misteri dell’Area 51 statunitense, per giungere infine alle teorie secondo cui le prime civiltà umane (soprattutto i Sumeri, ma anche Ittiti, Assiri ed Egizi) furono plasmate dall’intervento di esseri provenienti dallo spazio, che hanno lasciato traccia di sé in sculture e monumenti che li rappresentano. E’ da qui che parte il regista afro-americano Olatunde Osunsanmi, per costruire l’intreccio del suo secondo film (il primo era l’horror The cavern, del 2005). Se il fascino per teorie indimostrabili è un punto di forza della trama, la scelta di comporre il tutto come un falso documentario (assicurata da una prima immagine in cui la protagonista, Milla Jovovich, appare nei panni di se stessa a spiegare gli antefatti della vicenda e i vari personaggi e interpreti) toglie spazio all’emozione. Sono talmente pretestuosi i filmati delle ipnosi, e soprattutto l’intervista con la presunta reale Abbey Tyler che funge da sottofondo per tutto il film, da rasentare il ridicolo. Altro sarebbe stato se la pellicola si fosse dipanata via via attraverso il mistero disvelato, con un’angoscia crescente che avrebbe catalizzato l’attenzione dello spettatore. In questo caso, l’assurdità delle vicende mostrate ci impone fin da subito di scegliere da che parte stare (e ciò dipende anche dalla nostra propensione ad ogni genere di complottiamo): una presunta “furbata” per confezionare un prodotto che cavalchi la moda del mockumentary, diventa così un potentissimo boomerang che inficia tutta la realizzazione. E a nulla vale il fatto che ciò che viene mostrato sia in realtà una sorta di mockufiction, a differenza di quanto è stato fatto in passato con le operazioni Blair witch project, Cloverfield e Rec, in cui sullo schermo scorrevano immagini registrate su una telecamera poi ritrovata da elementi esterni al plot.
Tra scelte di regia banali e scontate (video che si sfocano, guarda caso, proprio sul più bello, ombre nere che entrano in casa, perfino una simil-astronave che veleggia sopra la casa della protagonista), una recitazione scontata e una scrittura che inserisce parole di pseudo-sumero criptate a formare frasi con parole mancanti da Settimana Enigmista (per non parlare dell’affermazione “Io sono Dio”, pleonastica e imbarazzante) si giunge alla fine consapevoli di avere assistito a una bufala fra le più grosse della stagione. Tanto che, se anche fosse tutto vero e la dottoressa Tyler e i filmati da lei prodotti esistessero realmente, ci gireremmo dall’alta parte e continueremmo a dormire il sonno del giusto. Ben diversamente da ciò che accade dopo la visione sconvolgente del carpenteriano Il signore del male (e scusate il paragone improponibile), che il film di Osunsanmi, pur nella differenza di visione “filosofica”, in qualche modo vuole richiamare.
Da evitare come la peste.
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