12. Gennaio 2010

La prima cosa bella

la-prima-cosa-bella.jpgBruno, un ombroso e depresso professore di italiano livornese trapiantato a Milano, viene a sapere dalla sorella Valeria (che non frequenta da anni) che la madre Anna è in fin di vita in un reparto per malati di tumore. Di malavoglia, torna quindi nella sua città natale per rivedere la madre. Comincia così un percorso nel proprio passato, per rivedere attraverso continui flash-back la storia di una madre bellissima la cui gioia di vivere viene equivocata dagli uomini che frequenta (in primis il marito, che la caccia di casa per gelosia) e il cui affetto sommerge i figli e le persone che la circondano…

Nato e cresciuto nella Livorno più operaia, e per molti anni cantore di un proletariato che si distacca dalla fabbrica e perde via via ogni punto di riferimento, Paolo Virzì sceglie di raccontarsi attraverso una storia dolceamara che parte dall’autobiografia per diventare un paradigma universale. La vicenda di Anna è un inno alla vita, con tutte le sue contraddizioni e i suoi dolori ma anche con i suoi momenti belli, tanto che anche sul letto di morte c’è la possibilità di cantare una canzone (nella fattispecie, l’hit di Nicola Di Bari che dà il titolo al film) e di ricordare quanto ci siamo divertiti. Bruno, alter ego del regista, rimane immusonito per tutto il film, ma sa trovare un motivo di redenzione non tanto nell’accettare un passato che, tutto sommato, lo ha formato e da cui non si sottrae, quanto nel comprendere che l’incredibile disinvoltura con cui la madre ha attraversato gli anni della sua vita terrena non è altro che un “sì” detto e ridetto, e perfino urlato, ai quattro venti con una purezza e un candore che possono risultare offensivi solo ai malpensanti. Non vi è elegia dei perdenti, come in altri film di Virzì (pensiamo a Ovosodo, altrettanto di ambientazione livornese, o a Caterina va in città), ma piuttosto la rappresentazione di quanto sia difficile eppure gloriosamente definitivo l’accettare una caducità che diventa un’arma vincente. Sempre che vi sia qualcuno a fianco da abbracciare e sbaciucchiare, come fa di continuo la giovane Anna con i suoi figli, o che si sappia amare davvero, come fa per tanti anni e in silenzio il Nesi, che abita giusto un piano sotto Anna e ne osserva in silenzio i suoi andirivieni per una vita intera.
Saggiamente la sceneggiatura (scritta da Bruni e Piccolo insieme allo stesso Virzì) non giunge a un finale totalmente consolatorio: la vita e la morte sono situazioni che si susseguono senza soluzione di continuità, le piccole-grandi tragedie familiari ne sono corollario, e c’è ancora il tempo per maledire la tristezza provinciale di una Livorno che diventa emblema di ogni frustrante periferia mondiale. E’ per questo che si ride e ci si commuove al tempo stesso, come davanti ai filmini di quando si era bambini o alle fotografie della gioventù. E che i personaggi ci appaiono così reali, figurine ritagliate e mal sgrossate eppure pulsanti di verità. In questo, Virzì si dimostra peraltro un ottimo “allenatore” di attori: se la figura di Bruno è fin troppo ovvia nelle mani del solito Mastandrea e quella della Anna di oggi non potrebbe essere affidata ad altri se non alla Sandrelli, e se la scelta degli attori comprimari risulta indovinata soprattutto nelle parti di Marco Messeri (il Nesi) e del musicista Bobo Rondelli, leader degli Ottavo Padiglione (nel ruolo di uno spasimante della giovane Anna), stupiscono in positivo l’aderenza di Claudia Pandolfi alla parte della sorella minore e, soprattutto, la definitiva consacrazione di una Micaela Ramazzotti esplosiva e pertinente come Anna giovane, in grado di emozionare con uno sguardo e di passare dal pianto al riso con un tocco di ciglia.
Nonostante alcune lungaggini e qualche sbavatura (soprattutto in un finale troppo caricato), il film di Virzì apre l’anno per il cinema italiano nel migliore dei modi.

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