06. Gennaio 2010

Il riccio

il-riccio.jpgPaloma è un dodicenne piccolo genio rampolla di una famiglia alto-borghese parigina, decide di suicidarsi il giorno del suo 13mo compleanno, e di registrare con una videocamera ciò che la circonda nei suoi ultimi 168 giorni di vita. Renèe è la scontrosa portinaia dello stabile, in apparenza ignorante e sovrappeso ma in realtà raffinata bibliofila con una predilezione per romanzi e film giapponesi e per le opere di Tolstoj. Ozu è un affascinante pensionato giapponese, che compra l’appartamento lasciato libero dalla morte di un anziano inquilino ed entra nelle vite di Paloma e, soprattutto, di Renèe, sconvolgendole completamente…

Alzi la mano chi sia mai riuscito ad amare un film tratto da un libro che ha letto. Se poi il libro è stato pure apprezzato, le probabilità che il film si confaccia all’immaginazione da lettore sono ridotte al lumicino. Gli spettatori di mezzo mondo sono quindi con i fucili spianati di fronte al lavoro che l’esordiente regista francese Mona Achache ha tratto da L’eleganza del riccio, stralunato bestseller mondiale di Muriel Barbery colmo di citazioni dottissime e di complicatissima trasposizione sul grande schermo. Purtroppo, quei fucili possono pure sparare a pieno regime: l’operazione, infatti, è ben lungi dall’essere riuscita. E questo non tanto per la difficoltà di immedesimarsi in personaggi che si erano fino a quel momento solo sognati sulla carta, ma per alcuni elementi strutturali che sbilanciano il delicato equilibrio che la Burbery aveva ottenuto con sapienza nel libro. La scelta di far diventare Paloma, anziché una grafomane che riempie diari, un’ossessiva amante delle riprese video, se è cinematograficamente condivisibile poiché sarebbe stato difficile far “parlare” di continuo i quaderni da lei vergati, non fa altro però che posizionare la ragazzina al centro di quasi tutte le scene (a parte, ovviamente, quelle in uci c’è l’incontro fra Renèe e Ozu, che difatti sono fra le più riuscite), con una presenza costante e invadente che impedisce di conoscere pian piano il mondo segreto di ogni personaggio (anche quello della stessa Paloma, per intenderci). La portinaia quindi, il cui fascino sottile è il motore di tutta la vicenda, e cui non a caso è dedicato il titolo di libro e film, sembra solo essere una persona dissociata, che legge compulsivamente ma non assimila, simile ai moltissimi lettori del libro della Burbery che lo hanno comprato solo per moda e non per interesse, smettendo di leggerlo ala terza citazione poco comprensibile.
Inoltre, manca un personaggio che nel libro è fondamentale: la casa. Il condominio parigino è infatti, nel libro, non semplicemente un coacervo di scale e ascensori, ma un vero e proprio bestiario popolato da esseri assurdi, che nel film non vengono nemmeno visti né citati, preferendo la regista concentrarsi sul rapporto fra i tre protagonisti. In questo modo si viene a perdere l’elemento sociologico, base del comportamento di Renèe, che la rende davvero comprensibile e apprezzabile, oltreché personaggio in cui realmente identificarsi. Ne risultano quindi una serie di comportamenti la cui origine è oscura (perché Renèe legge senza farlo sapere a nessuno? Perché Ozu è oggetto di curiosità morbosa?), e situazioni che appaiono monche se non prive di significato.
Perfino la Balasko, perfetta come fisico nella parte di Renèe, sembra a disagio nella recitazione, mentre del tutto inespressivo, anche se la parte lo richiede, è il giapponese Togo Igawa, e dal viso interessante, con la giusta dose di insopportabile esibizionismo adolescenziale, la giovane Garance Le Guillermic.
A prescindere dall’asserito disconoscimento del film da parte della Burbery (un’arroganza, questa, che non le fa onore: ogni autore dovrebbe calare le armi quando vende i diritti dele proprie opere ad artisti di un altro campo), dobbiamo riconoscere che Il riccio è una pellicola cui si può tranquillamente soprassedere.

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