03. Gennaio 2010

Soul kitchen

soul-kitchen.jpgZinos, giovane proprietario del ristorante Soul Kitchen ad Amburgo, sta attraversando un periodo difficile: la sua fidanzata Nadine parte per Shanghai per una carriera da giornalista, i clienti lo abbandonano perché insoddisfatti della cucina sofisticata del suo nuovo chef, e in più scopre di avere una grave ernia al disco. Quando decide di volare in Cina lasciando il ristorante al fratello Illias, galeotto in libertà vigilata e piccolo truffatore al gioco, le cose sembrano precipitare…

Una commedia di gusto antico è quel che ci vuole per fortificare la carriera di Fatih Akin. Dopo i meritati fasti di La sposa turca (Orso d’Oro a Berlino nel 2003) e Ai confini del Paradiso (Premio per la sceneggiatura a Cannes nel 2007), il regista turco, ma nato in Germania, sa scrollarsi di dosso ogni possibile ombra di grigiore autoriale con questo film che è un inno al cameratismo e alla gioia di vivere. Radunando alcuni suoi attori feticcio (il protagonista Adam Bousdoukos, il cuoco Birol Unel e quel Moritz Bleibtreu ormai diventato un’icona del nuovo cinema tedesco) Akin dà corpo a un progetto che aveva in mente fin dal 2003 e che intende celebrare la vitalità della sua città adottiva e le capacità di ognuno di raggiungere i propri obiettivi, al di là di ogni intralcio e di ogni possibile ostacolo. La musica è il collante dell’idea stessa del film: la colonna sonora è infatti formata dai più celebri brani soul anni ‘70(Quincy Jones e Kool & The Gang su tutti) mixata con tracce R&B di Sam Cooke e Ruth Brown, di hip hop e sound elettronico di Amburgo, canzoni popolari greche, e naturalmente potente musica rock; il pout-pourri disordinato che ne esce è la cifra stessa del cameratismo e dell’amicizia che permea la pellicola. Akin tiene in bilico con maestria gli elementi del suo lavoro, tralasciando ogni possibilità di melassa (sempre in agguato quando si affrontano temi simili) e diluendo il tutto con robuste dosi di umorismo anche negli snodi narrativi più impervi. Il risultato è un misto fra l’energia contagiosa di The Commitments e la cialtroneria maschile di Ocean’s eleven, con in più un romanticismo kraut che fa virare il film verso territori in cui si alternano il riso e il pianto. Sarà forse per questo che Soul kitchen, durante il concorso di Venezia nel 2009, ha seriamente “rischiato” di vincere il Leone d’Oro (andato invece all’assai più ortodosso, ma meno memorabile, Lebanon).
Una serata in allegria che fa riflettere, con musiche che fanno battere il piede, piatti nuovi da ricordarsi per cene con amici esigenti e la nostalgia per un mondo in cui le persone sanno riprendersi se hanno grandi traguardi in cui credere. Iper-consigliato.
P.S.: l’attore principale aveva davvero un ristorante ad Amburgo, anni fa. In quel locale Akin ha passato grandi serate, e il film è un omaggio a quei momenti di gioventù conviviale. Se ne sente, eccome, la sincerità, che rende Soul kitchen un film in cui chiunque abbia un minimo di passato si può facilmente identificare.

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