A serious man
Larry Godnik trascorre la sua vita tranquilla in una villetta del Midwest, come ogni ebreo americano che si rispetti. All’improvviso, però, tutto il suo mondo come l’aveva sempre visto viene meno. L’antenna si sposta, sua moglie chiede il divorzio, i figli gli sfuggono e il vicino sconfina nel suo giardino, come se non bastassero i guai che il povero professore di fisica deve affrontare in università, tra gli scontri culturali con gli studenti stranieri e la speranza di passare di ruolo. A Larry non resta che rivolgersi ai suoi due pilastri, la razionalità e la fede, per trovare conforto e risposte.
Già nella scelta della vicenda, una storia low profile di un novello Giobbe ma senza il phisique du role, i Coen rivelano la volontà di tornare alle origini, alla descrizione di un’America quotidiana amara e sarcastica, in cui la vita va presa con leggerezza, altrimenti è una vera e propria maledizione. Torna a galla la routine di Barton Fink, con il suo squallore abitudinario, e la fatica dei rapporti e dei contatti. E a farla da padrone è di nuovo la grande domanda del senso, reinterpretata e inserita, questa volta, nel contesto di una fede radicata e rituale come quella ebraica.
Ed eccola, la novità, il colpo di genio che sempre ci aspettiamo dai Coen e che pretendiamo da loro più che da ogni altro autore moderno. E’ il ma che vogliamo mettere alla fine di ogni risata che ci viene strappata, quello che ci fa sentire la novità e la freschezza di questo film così tanto legato a tutta la cinematografia passata dei Coen. Basta un’idea, a cui questi fratelli miracolosi (e come non pensare alla coppia di fratelli Godnik, falliti in ogni campo, ma seguaci di quella matematica che viene definita l’arte del possibile) si aggrappano e che scavano in profondità, seguendone ogni rivolo. Partono da un’idea di tradizione e di appartenenza, sicuramente ben radicata nella cultura americana, e ne fanno una bandiera, simbolo della vita moderna, e al tempo stesso luogo da cui gli americani, e con loro tutti gli occidentali, sembrano fuggire con disprezzo. E in un certo senso continua il rimando di sottecchi con il Clint Eastwood di Gran Torino, che a sua volta non poteva prescindere dal precedente Non è un Paese per Vecchi. In Gran Torino
Ed è proprio all'interno di questa ricerca di radici che va inserito questo film, e la sua semplice comicità, fatta di camere fisse e lente, che si soffermano a inquadrare ogni singola faccia (scelta nel fantastico calderone degli amici dei Coen) e le sue rughe di espressione. Nel film si fa uso della comicità più elementare, e al tempo stesso più profonda, perchè è quella che esorcizza le più grandi paure dell'uomo. E lo si fa, al solito, in modo intelligente ed arguto, tirando al massimo sulla tensione, ma senza mai oltrepassare il limite del buon gusto.
Noi ringraziamo, e tiriamo un sospiro di sollievo. Almeno fino all'arrivo del prossimo uragano.
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