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Il mio amico Eric

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 06-12-2009

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eric Il mio amico EricEric Bishop, ultracinquantenne postino, sta andando in pezzi. Solo e in crisi profonda si trova a gestire due figliastri con cui non ha buoni rapporti in una casa perennemente frequentata da sconosciuti. E, soprattutto, per fare un favore alla figlia Sarah che sta per laurearsi e ha bisogno che qualcuno le tenga la bambina per poter studiare, teme di doversi riavvicinare alla ex moglie Lily, che ha abbandonato da trent’anni e nei cui confronti prova non a torto terribili sensi di colpa. A poco servono le sedute di self – help e i tentativi camerateschi di cui dan prova i pur volonterosi colleghi: ci vorrebbe qualcuno in grado di reimpostare la sua vita. Qualcuno che, inaspettatamente, si materializza da un poster di quelli con cui da bravo tifoso ha tappezzato la sua camera: Eric Cantona, icona del Manchester United anni ’90. Che, per quanto improbabile nel ruolo, si rivelerà  autentico e decisivo maitre – à  -penser…

Da qualche tempo Ken Loach sembrava essersi smarrito, prigioniero di un cinema programmaticamente “sociale” sempre più schematico e talvolta addirittura irritante nella sua apoditticità : e la stessa Palma d’Oro per Il Vento che accarezza l’erba era sembrata più che altro un riconoscimento alla carriera di un cineasta un tempo straordinario ma ormai decotto. Sarà  che per una volta la vena sociologica resta sullo sfondo, o che la sceneggiatura del fido Paul Laverty lavora sottotraccia senza le pesantezze dimostrative dell’ultimo decennio: di fatto, ed è quel che importa, Il mio amico Eric (ma il titolo originale, Looking for Eric, giocando sull’omonimia dei protagonisti aveva più senso) è un bel film. Bello per il suo equilibrio quasi perfetto tra commedia e dramma, che spinge spesso al sorriso senza per questo edulcorare la visione di una quotidianità  grigia quando non drammatica. Per la consueta abilità  di Loach come direttore d’ attori, capace qui di schierare una strana coppia – il quasi sconosciuto ma intensissimo protagonista Steve Evets e l’inaspettatamente autoironico Cantona – di quelle che fanno faville. E per una regia che, senza virtuosismi ma con una perfetta conoscenza dei tempi cinematografici, mantiene il racconto in tensione fino a un sottofinale – la “punizione esemplare” del bullo di turno amministrata da amici e conoscenti di Eric tutti con la maschera di Cantona sul viso – diventato già  culto. Ricordando, e di questi tempi di cori idioti non fa male – che il tifo calcistico è anche appartenenza e solidarietà . Certo, nella seconda parte il racconto si fa un po’ scontato, e la svolta simil- noir non è amministrata perfettamente: ma sono difetti minori, che poco tolgono a un film leggero nel senso, fortunato, di lieve (e non, come spesso purtroppo accade, di esile). E con un’unghiata finale che, pur sempre sul filo del sorriso, ci riporta all’animus pugnandi dell’ autore: se le bandiere rosse non sventolano più, ci sarà  sempre una maglia rossa per cui sognare, e il pugno chiuso, anche agitato da un ex campione di football, non perde il suo senso. Da vedere.

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