Francesca
Francesca è una giovane maestra d’asilo che sogna di emigrare in Italia. Pronta ad affrontare ogni ostacolo, riesce a raggranellare i soldi per il viaggio, ma parte preoccupata per lo strano comportamento del fidanzato Mita (che dovrebbe raggiungerla in Italia di lì a qualche mese), implicato in affari con individui dall’aria losca. Quando il pullman che la porterà in Italia è già partito, la situazione però precipita, e la verità verrà a galla portando nuovi punti di vista sulle priorità…
Da alcuni anni, la Romania è alle prese con una nouvelle vague cinematografica (ci si perdoni la civettuola autocitazione…) che, partendo dalle prime opere di Puiu e Pintilie, è approdata alle ribalte internazionali soprattutto grazie allo splendido Train de vie di Mihaileanu (di cui è in uscita, nel 2010, Le concert, presentato fra scrosci di applausi a Roma dove ha vinto il Mouse d’Argento, premio della critica on-line) e a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Mungiu, vincitore a Cannes nel 2007. Il film con cui Bobby Paunescu debutta nel lungometraggio si inserisce in un filone culturalmente molto ricco, e lofa nel migliore dei modi.
Sfruttando lo sdegno prodotto in Italia dal brutale assassinio di Giovanna Reggiani, effettuato a Tor di Quinto da rumeni irregolari alla fine del 2007, il regista costruisce un racconto dove il razzismo è alla rovescia, dai rumeni nei confronti degli italiani. Per quasi tutto il film vedremo la giovane Francesca (cui dà corpo l’intensa e affascinante Monica Birladeanu) ammonita da amici e parenti sul fatto che in Italia uccidano e facciano sparire i rumeni per strada, e sull’insensato odio razziale che gl italiani hanno nei confronti della popolazione rumena, scambiata a torto per rom (e il razzismo c’è anche per questi ultimi, s’intende); in questo senso la battuta con cui il padre di Francesca insulta pesantemente alcuni esponenti della destra italiana, che ha rischiato di bloccare l’uscita del film nel nostro Paese, è un esilarante esempio di discriminazione al contrario, che solo la penosa miopia dei politici nostrani coinvolti poteva scambiare per oltraggio.
Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, e Paunescu sottolinea l’evidenza del proverbio facendo accadere i momenti di maggiore pathos fuori campo, o in campo lungo o lunghissimo: nel primo caso, veniamo estraniati da ciò che accade e pertanto rimaniamo delle nostre convinzioni o ce ne formiamo alcune che sono solamente dei pregiudizi, nel secondo caso le vicende sono inquadrate in uno scenario di degrado reale e formale, dove è la legge della giungla a prevalere e un insopprimibile impulso mafioso la fa da padrone
La dolce determinazione con cui Francesca vuole soddisfare i propri sogni, a dispetto dell’odio, dell’ignoranza e della rassegnazione che la circonda, sarebbe degna di miglior fortuna e di un contesto alla pari con la sua volontà di crearsi un futuro. Ma quando scopriamo che anche la madre, in passato, avrebbe voluto emigrare in Italia ma poi non lo ha fatto per convenienza o viltà, temiamo che il destino per Francesca sia segnato. Il finale improvviso e aperto ha la forza di una pietra tombale sulle illusioni di un’intera generazione, e ci lascia ancora partecipi degli sforzi di questa giovane donna. Emozionati, usciamo dal cinema ancora pensando a lei e al suo possibile futuro.
Un film teso, con movimenti di macchina millimetrici e di grande pathos. Da vedere.
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