Ce n’è per tutti
C’è Gianluca, poeta disilluso e solitario che sale sul Colosseo una notte non tanto per dimostrare qualcosa al mondo, quanto perché questa sembra l’unica cosa sensata da fare. C’è sua nonna, che decide di trascorrere la notte al suo fianco. E ci sono i suoi amici, che una volta saputo del gesto di Gianluca cercano, come possono, di raggiungere il monumento per essergli vicini. Ma la tragedia è in agguato dietro l’angolo.
Se c’è qualcosa che non difetta a Luciano Melchionna, regista teatrale di Latina al suo secondo lungometraggio dopo i fasti di Gas, non è né la fantasia né il coraggio. Adattando una piece teatrale di Luca De Bei (di cui si rintraccia l’impianto narrativo nella staticità di alcune scene e nei dialoghi a volte anti-realistici), Melchionna costruisce un intreccio che dal surreale vira al tragico, passando attraverso tratti di commedia, momenti esilaranti, situazioni al limite dell’irrazionale. Un puzzle che non sarebbe dispiaciuto al Dalì fustigatore di morali pedanti, e nemmeno al patafisico Boris Vian. Mettere alla berlina una società di massa che trasforma ogni cosa in evento mediatico, tritandolo e banalizzandolo fino a renderlo uguale a mille altri, è operazione rischiosa anche solo per una possibile mancanza di originalità; il regista supera di slancio ogni indugio grazie alla brillantezza e alla follia del suo sguardo; i colori si stemperano fino a saturarsi e diventare un drammatico quasi-bianco e nero, le immagini sono studiate a tavolino per rendere l’esperienza dello spettatore straniante : un’attrice che fuma di profilo colpita dalla luce esterna, i sotterranei di un’improbabile casa di cura in cui si agirano due altrettanto improbabili infermiere, un letto-alcova che gira su se stesso intorno alle fotografie che testimoniano solo l’ansia di esibizionismo, una trasmissione tv che è la summa del peggio possibile condotta da una iena cinica e volgare, sono solo alcuni esempi di situazioni in cui si incappa durante la visione.
Lo sguardo di Melchionna non è mai compromissorio, piuttosto è dolente e partecipativo. Osserva i suoi personaggi arrabattarsi nelle vie di una Roma anch’essa assurda (meravigliosa la sequenza felliniana del la situazione circense che nasce sotto il Colosseo, metafora di un “circo” mediatico vampiresco e triviale) con la cura e l’amore di un padre che non può far altro che disperarsi sorridendo (o viceversa) delle assurdità dove ci siamo andati a cacciare, e parteggia apertamente per il giovane e bel Gianluca, perdente in partenza quanto solo un poeta, nel mondo di oggi, può essere e sapere di essere.
Se un difetto va riscontrato in questo film, è forse proprio il troppo amore nei confronti della vicenda, che ha portato alle volte a esagerare i toni piuttosto che a sfumarli (viene da pensare, per esempio, a come sono presentati i genitori di Gianluca): ciò potrebbe comportare, nello spettatore medio, una difficoltà a comprendere appieno la tragicità della vicenda, e la forza metaforica di scene altrimenti semplicemente buffe al limite del ridicolo. Chi supera la titubanza iniziale, si imbatte invece in un pool di attori straordinari (con in testa una Sandrelli dolcissimamente afflitta, un’Ambra che sembra tornata la grezza di “Non è la Rai” e una Ramazzotti, clamorosamente imbruttita per esigenze di copione, che diventa sempre più brava a ogni film) e in uno sguardo originale e poetico sulle miserie dell’oggi. L’onirico, ma maledettamente reale, film di Melchionna vale più di cento film di denuncia sociale zeppi di luoghi comuni. Una risata ci seppellirà, sembra suggerire il regista laziale; ed è vero: si esce ridendo, ma con un magone interiore cui non si riesce a dare spiegazione. Eppure, la soluzione sarebbe semplice: come dice la Sandrelli/nonna di Gianluca, basta avere “le orecchie sul cuore”. Quanto cerume ce le ovatta, ahimè!
Straconsigliato, con le dovute attenzioni.
Trackback
RSS Feed
Non ci sono commenti!