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Gli abbracci spezzati

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 18-11-2009

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gli abbracci spezzati Gli abbracci spezzatiHarry Caine è il nome di uno sceneggiatore famoso. Ma è uno pseudonimo: il suo vero nome è Mateo Blanco. Un tempo era un regista promettente, ma un incidente gli ha portato via la vista e la donna che amava. Per lei aveva lottato anche contro il produttore del suo film (legittimo e gelosissimo marito della donna, che aveva scelto di finanziare la pellicola proprio per starle vicino), per lei aveva abbandonato il set fuggendo a Lanzarote per rifarsi una vita. Di quel film galeotto si sono perse le tracce e, sembra, anche le “pizze”. Ma una lunga confessione riporterà  a galla i fantasmi del passato…

Che Almodòvar non sia più lo scanzonato regista di interni borghesi sconclusionati e divertiti, lo sappiamo da tempo. Ed è vieppiù dimostrato proprio dal fatto che il film incompiuto di Blanco sia una parodia di Donne sull´orlo di una crisi di nervi (testimoniato anche dalla presenza di Rossy De Paula, e da una Penelope Cruz formato Carmen Maura), il film che vent´anni fa cominciò la sua fortuna europea. Ora, invece, l´ex-ribelle Pedro è un autore. E c´è spesso un momento, nella parabola artistica di un autore, in cui questi riflette su se stesso e vuole rendere omaggio ai suoi miti e all´arte di cui è preda. Se visto in quest´ottica, Gli abbracci spezzati è un commovente e sincero ringraziamento alla magia del cinema; e non solo perché è la storia di un film lasciato a metà . C´è l´amore come motore immobile dell´esistenza, scintilla che inizia ogni storia e la conclude. C´è l´amicizia e la collaborazione, come in un set permanente. C´è perfino la sovrapposizione fra realtà  e finzione, in una scena meravigliosa in cui la fedifraga Penelope Cruz, appena rientrata a casa, racconta al marito il suo tradimento “doppiandosi” sulle immagini di un filmato, che l´uomo sta vedendo sullo schermo di casa propria, in cui lei racconta la fine del suo amore.
Purtroppo questo non basta a emozionare lo spettatore: la vicenda è prolissa e verbosa, e si trascina stancamente per più di 2 ore; i personaggi sono ambigui, e il regista Blanco ha troppa supponenza e troppo poco appeal per appassionare davvero; il lunghissimo flashback occupa tutta le durata della pellicola, e quando si torna alla realtà  il presunto “colpo di scena” (vagamente intuibile, peraltro) ci lascia perfino indifferenti, presi come eravamo nella tragedia di un amore sfiorito all´improvviso per mano di un destino cinico.
Almodòvar si conferma prediletto regista di melodrammi, ma, invischiato com´è in rimandi psicoanalitici personali, perde fra le mani la sua creatura e ce la consegna esangue. Da un film che mostra una Penelope Cruz di bellezza e bravura abbaglianti ci saremmo aspettati molto di più.

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