La battaglia dei tre regni
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 15-11-2009
Tag:Akira-Kurosawa, John-Woo, La-battaglia-dei-tre-regni, Red-Cliff, Wuxiapian
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Nel 208 d.C. l´imperatore Han Xiandi regna sulla Cina divisa in tre regni rivali. L´ambizioso primo ministro Cao Cao sogna di insediarsi sul trono di un impero unificato e si serve di Han Xiandi per condurre una guerra senza requie contro Shu, il reame del sud-ovest governato dallo zio dell´imperatore, Liu Bei. Il quale invia Zhuge Liang, suo consigliere militare, come emissario nel regno di Wu per tentare di convincere il re Sun Quan ad unire le loro forze. Qui Zhuge Liang incontra il vicere Zhou Yu e, presto, i due diventano amici concludendo un patto d´alleanza. Infuriatosi alla notizia che i due regni si sono alleati, Cao Cao invia un´armata di ottocentomila soldati e duemila navi da guerra per schiacciarli. Davanti alla superiorità numerica e logistica di Cao Cao il risultato della battaglia sembra scontato, ma Zhou Yu e Zhuge Liang sono decisi a non arrendersi e a portare lo scontro decisivo nella Foresta del Corvo, ai piedi della Scogliera Rossa, presso il fiume Yangtze, una battaglia di straordinario genio tattico destinata a segnare la storia della Cina per sempre…
È con un classico della letteratura epica cinese (scritto da Luo Guanzhong nel XIII secolo) che John Woo tenta il rientro in grande stile in patria – più o meno: qui il film è commissionato e finanziato dalla Cina –, dopo che la lunga parentesi hollywoodiana non ha dato i risultati che, probabilmente, il regista di Hong Kong sperava. Amaro scherzo del destino e sorte toccata ad altri prima di lui, che uno dei maggiori ispiratori del cinema pulp degli ultimi trent´anni (si pensi soltanto a quanto deve Tarantino anche ai suoi film), una volta approdato alla Mecca del Cinema e partito da un solido professionismo (Senza tregua, Nome in codice: Broken Arrow), sia passato per un´opera molto amata dalla critica (Face/Off), un successo al botteghino (Mission: Impossible 2), un tentativo di cinema adulto (Windtalkers), per poi tornare quietamente ad un solido professionismo (Paycheck). La cosa non deve essergli garbata e, dopo una pausa che lo ha visto impegnarsi nel cinema d´animazione e nel fumetto, eccolo pronto al rilancio in un bel filmone in costume.
Che poi il rilancio sia suo o un´operazione di marketing della Repubblica Popolare Cinese, la cosa è tutta da stabilire, giacché il ritorno in Asia di John Woo ricorda la svolta che ha portato Zhang Yimou ad occuparsi nel suo cinema di arti marziali e a diventare uno dei cineasti più graditi – e incensati – dal governo cinese. Woo, dal canto suo, non si spinge a fare un panegirico della forza unificatrice dell´Impero Celeste, anzi: qui piuttosto abbiamo delle fazioni che si oppongono a una forza unificatrice e tirannica. Solo che il regista, molto più a suo agio con le griglie mobili dei generi del cinema popolare, si lascia impaniare dal rigore costruttivo del film in costume e, con un occhio a Kurosawa e l´altro al Ministero della Cultura cinese, prepara la sua lezione di Storia che non solo non ha nulla della funzione didattica rosselliniana del medium, ma in più è pericolosamente vicina alle trappole del film “artistico”. Lezione verbosa e noiosa nella sua eccessiva lunghezza nonostante questa sia una copia monca, dato che trattasi del ritaglio di una versione molto più lunga prevista per la televisione. E, ancora, lezione che viene svalutata nella battaglia finale, quando Woo si ricorda di essere il regista di The Killer, Hard Boiled e Bullet in the Head e contamina col Wuxiapian i duelli finali, dimostrando una non indifferente dose di manierismo e rasentando il ridicolo del tenere un piede in due staffe. Questo era un progetto che il cineasta inseguiva da almeno vent´anni: a noi già bastavano le versioni manga, ma evidentemente non soltanto a noi, poiché all´epoca di questa recensione tardiva – della qual cosa ci si scusa sentitamente – anche a Milano, dopo poche settimane, la pellicola è sparita quasi del tutto dalle sale.


