Il nastro bianco
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 29-10-2009
Tag:1913, 1914, Bergman, Cannes, Christian-Berger, Dies-Irae, Dreyer, Germania, giansenismo, giansenista, Haneke, Il-nastro-bianco, Kanter, Ordet, Palma-dOro
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Un villaggio del Nord della Germania tra il 1913 ed il 1914. Dopo che il medico del villaggio è rimasto ferito in una caduta da cavallo provocata da sconosciuti, cominciano a susseguirsi strani fatti. Muore una contadina addetta alla segheria, il figlio del locale barone viene trovato legato e picchiato, e la sua sorte viene presto seguita dal figlio down della levatrice. I potenti locali – oltre a medico e barone anche l’intendente di quest’ultimo ed il pastore – cercano invano i colpevoli: e a nulla servirà l’arrivo di due poliziotti dalla città più vicina. Ad avvicinarsi alla verità sarà il maestro del villaggio, non a caso futuro narratore della vicenda: ma al termine nulla sarà chiarito, e si finirà con l’optare per una spiegazione di comodo.
Il Nastro bianco ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Scelta all’ epoca non del tutto condivisa, stando almeno alla stampa italiana che gli avrebbe forse preferito Un Prophéte di Audiard. Obiezioni comprensibili: il cinema di Haneke, con la sua freddezza emotiva e le sue tesi provocatorie, non è certo fatto per suscitare entusiasmi ecumenici. Ma sicuramente confutabili: piaccia o non piaccia, siamo di fronte a un film da vedere, e che probabilmente rimarrà . Da sempre interessato all’indagine sulle radici del male e sulla impossibilità umana di superarlo – in questo perfettamente giansenista – il regista austriaco trova probabilmente la sintesi di tutte le sue tematiche. Lo fa in un racconto lungo (145′) ma mai ridondante, incastonato in un lavoro formale senz’altro debitore di Dreyer e Bergman (la splendida fotografia di Christian Berger, col suo b/n contrastatissimo, rimanda evidentemente a Dies Irae e Ordet, mentre le scenografie di Kanter sembrano tratte di peso dal maestro svedese) ma al contempo potentemente originale. E, quel che più conta, di una lucidità cartesiana che è anche in qualche modo sconsolata presa di posizione politica. In un mondo dove i poteri – economico, politico, religioso, scientifico – restano innominati e identificati nel ruolo prima che nella persona che li incarna, dediti dietro la facciata di rispettabilità a ipocrisie e violenze da far accapponare la pelle, è inevitabile che i giovani finiscano col ripetere gli stessi schemi: solo accelerandoli ed ingigantendoli, vuoi per la giovane età vuoi per l’ossessione di purezza (la “cerimonia” dell’ apposizione del nastro bianco voluta dal pastore per punire i due figli) trasmessa dai maggiori. A frenare il processo dovrebbe intervenire la cultura e non a caso – oltre a essere l’unica figura di adulto simpatetico – il maestro del villaggio è quello che maggiormente si avvicina alla soluzione del mistero: ma quieto vivere e la speranza di un futuro mediocremente felice bastano a tacitare qualunque coscienza. Nel frattempo i segni del disastro si accumulano, facendosi sempre più visibili: ma non fa nulla. La modernità inizia con la prima guerra mondiale e proseguirà coi totalitarismi: era tutto bene in vista, ma non si è voluto vedere. Glaciale, certo, e fatto apposta per costringere il pubblico a uno sforzo maggiore della mera fruizione scopofilica: ma, accettati i presupposti, capolavoro.
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