E´ appena iniziata la guerra Israele-Libano del 1982. Tre reclute, con un comandante non meno emozionato di loro, pattugliano su un carro armato la periferia di una città , dopo aver avuto un terribile battesimo del fuoco. Per errore capitano in una zona controllata dalle truppe siriane: bisogna fuggire in fretta, ma la tensione è troppa perfino per pensare…
E´ facile avere l´impulso di uscire dalla sala dopo i primi dieci minuti: le tre scene che si sovrappongono una dopo l´altra sono così esageratamente scioccanti da sconvolgere tanto da risultare inaccettabili; se si ha la forza di superare il ricatto di un inizio così sopra le righe, ci si imbatte in un´opera prima di ottimo livello, buia e cattiva come la guerra che dipinge; quattro uomini pitturati di nero, sudati, in mezzo a liquami, acqua rancida e tra il fumo di sigarette fumate per disperazione, che da una vita normale vengono gettati in mezzo alla follia. Non ci sono risposte alle domande delle reclute: il loro comandante è messo, se possibile, peggio di loro, mentre il capo, un sottufficiale che comanda un plotone esterno al carro armato, ascolta ma non risponde. L´orrore che vediamo ha un unico diretto referente da far tremare i polsi, cioè Apocalypse now. Maoz, che ha creato il film come sorta di autoanalisi dopo l´esperienza da lui vissuta come puntatore di un carro nella guerra dell´82, non si offenderà certo se diciamo che la distanza fra la sua opera e il capolavoro di Coppola è abissale: se là la vicenda aveva una sua larghezza descrittiva che la rendeva universale, qui il claustrofobico interno del carro serve come studio psicanalitico per raccontare un dramma tutto sommato personale. Le scene iniziali, la cui forza è innegabile, finiscono per nuocere all´economia della pellicola, sembrando più che altro un tassello obbligato, e inutilmente urlato, per sottolineare l´inutilità di ogni guerra.
Un film di grande forza, diretto come un pugno nello stomaco e innegabilmente riuscito, ma forse non così perfetto da meritare un riconoscimento importante come un premio in un festival internazionale come Venezia. Potrà far indignare le anime belle, ma il grande cinema è un´altra cosa.


