Up in the air
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 17-10-2009
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Ryan Bingham, frequent flyer dell´American Airlines, sfreccia da un lato all´altro degli States per licenziare dipendenti di aziende in crisi, e ogni tanto tiene conferenze motivazionali dove teorizza la necessità della solitudine affettiva . E´ ricco, single, bello, vincente, e ha un sogno: arrivare ai 10 milioni di miglia aeree. Incontra una donna affascinante come lui nel bar di un Hilton qualsiasi, e intreccia con lei una relazione fatta di aeroporti e alberghi. Nel frattempo, il suo capo vorrebbe inserire una procedura di licenziamento in videoconferenza, su progetto di una giovane e inesperta stagista. Il matrimonio della sorella porta però Ryan a riflettere sulla propria vita…
Dannato Jason Reitman, ce l´hai fatta anche stavolta! La sua notevole capacità di tratteggiare bozzetti di uno sconvolgente realismo, partendo da vicende quasi minimaliste e giungendo ad argomenti universali, ha colpito nel segno per la terza volta. Dopo il sottovalutato Thank you for smoking e il pluriacclamato Juno (vincitore qui a Roma nel 2007 e premiato con un Oscar per la sceneggiatura di Diablo Cody), con Up in the air Reitman tratteggia la solitudine del XXI secolo e la difficoltà dei rapporti umani, con una genialata delle sue: in primo piano, infatti, non c´è un uomo che soffre e che poi, attraverso vicende più o meno romanzate, giunge a un qualsivoglia equilibrio emotivo, ma una persona, come Ryan Bingham, che fa della sicurezza in se stesso e dell´anaffettività una bandiera, e il cambiamento che si produce in lui non lo porta affatto ad essere diverso, ma ad accettare un punto di vista differente. Lungi dalla visione di Reitman qualsiasi accenno di buonismo: siamo pur sempre nel campo del politicamente scorretto, seppur all´acqua di rose; si può amare o odiare Ryan Bingham, anche solo per il lavoro orribile che si è scelto e per la spietata consapevolezza che lo muove in ogni sua azione. Ma i suoi modi di fare, le sue certezze, perfino le sue debolezze che uno splendido George Clooney mostra nel sottotesto delle sue parole o fra le pieghe di un sorriso guascone ma malinconico, sono tremendamente umani.
Nello zaino figurato che ci portiamo appresso tutti i giorni (che presta il titolo alle conferenze di Bingham) ci sono un sacco di cose, pesanti o meno a seconda di come stiamo, di chi incontriamo o anche di come abbiamo dormito la notte prima. Non per forza dobbiamo svuotarlo e proseguire da soli: dipende dal momento, dalla situazione. E a volte, lo stesso zaino potrebbe sembrarci miracolosamente leggero nonostante sia colmo di persone o oggetti. Questa è la situazione di Bingham all´inizio del film, inconsapevole delle proprie emozioni, questo è quel che lui scopre nel corso di vicende che gli cambiano non tanto la vita, quanto la percezione di essa. Sarebbe il caso di dare un´occhiata più frequente, al fardello che ci portiamo appresso. E di accontentarci un po´ di più, forse. Questo è il messaggio che sembra portare la sceneggiatura perfetta di Sheldon Turner, basata sul libro omonimo di Walter Kirn e mixata con uno scoppiettante ritmo da commedia: quello giusto per non farci sentire la “pesantezza” di parole che, invece, ci giungono dritte nell´anima.


