Motel Woodstock
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 08-10-2009
Tag:Ang-Lee, Brokeback-mountain, Hulk, Imelda-Staunton, La-tigre-e-il-dragone, Leone-dOro, Lev-Schreiber, Martin-Scorsese, Motel-woodstock, Orso-dOro, Oscar, Taking-Woodstock
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1969, Catskill, USA. Elliot Teichberg lavora come decoratore – non sempre remunerato – al Greenwich Village ed investe ogni guadagno nel fatiscente motel di famiglia, gestito dai due genitori ebrei dell’Est e gravato da un debito apparentemente insaldabile. L’estate potrebbe essere decisiva, ma le prenotazioni non sembrano proprio fioccare. Finché, per puro caso, scopre su un giornale che la cittadina di Wallkill ha negato il permesso per un imminente festival rock. Parte una telefonata agli organizzatori: dal nulla o quasi – grazie anche all’aiuto insospettabile di un vicino repubblicano ma possibilista – nasce il più grande avvenimento musicale della storia, Woodstock.
Motel Woodstock (traduzione un po’ corriva, ma siamo abituati, del più originale Taking Woodstock), ultima fatica di Ang Lee, è stato accolto piuttosto freddamente a Cannes e si è rivelato un autentico disastro commerciale negli Stati Uniti incassando la miseria di 7 milioni di Usd. Sarebbe piaciuto parlare di un clamoroso errore di una critica paludata e di un pubblico disattento (è raro, ma capita e sono soddisfazioni). Purtroppo non è il caso, avevano ragione entrambi, e di sicuro siamo di fronte al peggior film dell’autore di La tigre e il dragone. e Brokeback Mountain. Che è un ottimo regista, giustamente pluripremiato un po’ ovunque (Orsi d’oro, Oscar, Leoni: in definitiva gli manca solo una Palma d’Oro), ma di sicuro più adatto all’intimismo e al melò – anche quando si confronta col genere supereroistico come in Hulk – che alla Storia con la maiuscola in quanto tale. Cosa di cui deve rendersi conto lui per primo, tanto da scegliere una chiave minimalista – il concerto è appena intravisto, preferendo concentrare l’attenzione sulle vicende personali dei protagonisti, in una sorta di dietro le quinte dell’evento – ma non reggendo comunque il peso dell’argomento trattato. Per cui si assiste a un pauroso – e alla lunga molto fastidioso -debordare di figurine e situazioni stereotipate, con tanto di inserimento di temi gay che non c’azzeccano nulla, trip allucinogeni tra i più brutti mai visti al cinema e moralina finale (c’era stato Woodstock con la sua promessa di tre giorni di pace amore e musica, ma già si annunciava Altamont e la perdita dell’innocenza) che francamente irrita. E la pur evidente adesione dei coinvolti – dalla castrante madre ebrea di Imelda Staunton che potrebbe essere adottata da Allen e Ovadia al gigantesco e tenero transgender di Lev Schreiber – non bastano a ribaltare la sensazione, sgradevole, di un compitino svolto con passione ma senza idee. Meglio ripassarsi il documentario originale (peraltro citato in larghi tratti) che almeno giungeva a ridosso, vedeva tra i montatori un certo Martin Scorsese e dava una certa idea di “things to happen”. Qui siamo alla necrofilia: e l’apparente rispetto è un’aggravante più che una scusa. Evitabile.


