District 9
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 27-09-2009
Tag:B-movie, Carpenter, District-9, Essi-vivono, Mandela, Neill-Blomkamp, Peter-Jackson, Soweto
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Alla fine degli anni ’80 un’ astronave aliena si ferma per la perdita del modulo di comando sopra Johannesburg. I suoi esausti passeggeri vengono accolti – teoricamente in via provvisoria – in una baraccopoli denominata District 9. Ma dopo vent’anni sono ancora lì, e l’integrazione con gli esseri umani è ben lontana dall’essersi rivelata un successo. Tanto da convincere le autorità della necessità di trasportarli altrove. Durante l’operazione di sgombero l’inesperto comandante Wikus van der Merwe si contamina involontariamente con un liquido che contiene il Dna alieno, iniziando a mutare. E a rendersi assai appetibile alla multinazionale degli armamenti MNU, sua datrice di lavoro: perché le armi degli alieni sono potentissime, ma possono essere usate solo da esseri a loro biologicamente affini. In breve Wikus diventerà l’uomo più ricercato del mondo, e sperimenterà sulla propria pelle il razzismo e la bestialità degli umani…
Non sarà il capolavoro di cui si era detto negli States, e con buona probabilità non incasserà in proporzione le stesse cifre (110 milioni di USD, davvero tanto per un mid-budget privo di attori di un qualche richiamo): ma certo District 9, opera prima di Neill Blomkamp, appartiene alla schiera dei film per cui ci si può scomodare. Sarà che a produrre c’è quel geniaccio di Peter Jackson, sarà che il regista pensava all’idea da tempo (e non a caso la sceneggiatura, oltre a portare anche la sua firma, è uno sviluppo del suo primo cortometraggio). Sia quel che sia: il risultato è buono, e riporta il genere a quel carattere anti – utopico e lato sensu morale che, tipico del genere negli anni ’50 e ’60, sembrava ormai dimenticato dal cinema hollywoodiano. District 9, eco diretta di quel District 6 divenuto tristemente famoso ai tempi dell’apatheid: gli alieni come i neri del Sudafrica pre- Mandela. E in fondo ogni straniero è un alieno, che suscita il maggior razzismo proprio in chi prima del suo arrivo occupava il gradino più basso della piramide sociale (non a caso i più caustici critici dei “gamberoni”, termine spregiativo per indicare gli extraterrestri, sono proprio i neri) ed è scientemente utilizzato da chi detiene il potere – più o meno legale, più o meno sancito – come proletariato o, più direttamente, come cavia. Il tutto racchiuso per almeno due terzi in una forma cinematografica mockumentary dal montaggio serratissimo e dagli sviluppi narrativi a dir poco ferrei. Tanto da far pensare qua e là a Carpenter e a Essi vivono. Confronto che alla fine non tiene: nell’ultima mezz’ora, salvo approdare a un finale non banale e in qualche modo poetico, la regia si adagia infatti un po’ troppo sul versante action, perdendo parte della sua forza ideologico – visionaria (fate attenzione agli accuratissimi dettagli scenografici, che davvero disegnano una possibile Soweto extraterrestre in tutta naturalezza) a favore di uno spettacolo banalizzante e tirato per le lunghe: ma intanto il messaggio – almeno per chi si dispone alla visione con un minimo di ricettività – è passato. Forse non del tutto compiuto, forse un maggior controllo formale avrebbe giovato: ma senz’altro interessante. E da vedere. Sarà un B-movie, ma di B-movies come questi si è nutrita la storia del cinema.
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