Basta che funzioni
Boris Yelnikoff è un vecchio cinico, misantropo ed egoista che vive in un sottoscala di Manhattan. Un tempo astrofisico di fama mondiale e candidato al Nobel, è rimasto solo dopo che la ricca moglie lo ha lasciato in seguito a un tentato suicidio, e sopravvive dando lezioni di scacchi a giovani ignorantelli. Una notte, Boris incappa in Melody, ingenua provinciale giunta a New York in cerca di fortuna. E’ un incontro che segnerà la vita di entrambi…
Bene ha fatto Woody Allen a tornarsene a girare in patria, dopo alcuni episodi europei che poco hanno lasciato nella sua filmografia (unico degno di nota, quel Match point troppo debitore, peraltro, dei Crimini e misfatti anni ’80) se non un immeritato Oscar vinto a sorpresa da Penelope Cruz nell’inguardabile Vicky Cristina Barcellona del 2008. New York gli fa bene, l’aria di Manhattan ritempra le sue energie e gli fa creare un piccolo film girato riadattando una sceneggiatura di più di 10 anni fa e appiccicandola alle stempiate e magnifiche gesta di un Boris/Larry David (ex membro del Saturday Night Live e già attore per Allen in un paio di film degli anni ’80) esemplare in un ruolo che gli sta a pennello. Alter ego del regista, Boris Yelnikoff (già macchietta in un nome ebraico pennellato ad hoc) è il motore immobile di vicende sgraziate e ridicole, ed è difficile non immedesimar visi, data la nullità del mondo che lo circonda: giovani pulzelle in cerca di gloria, madri timorate di dio che diventano sacerdotesse dell’amore promiscuo, padri retrivi che si scoprono omosessuali, e via dicendo. Qui è il grande pregio del film: scavalcando la senilità del suo sguardo, Allen ci convince che nulla ha un senso, e che il carpe diem non è semplicemente una filosofia di vita, ma anche l’unico modo per cavarsela; inutile discettare di grandi ideologie, banali le filosofie stracolme di paroloni, fuorviante programmare un’esistenza: girate l’angolo e accettate il destino, sembra che invochi Boris, in un neo-empirismo illuminato ma agro, di una tristezza silenziosa nonostante il continuo blaterare. Allen ritorna alla base per ascoltare e proporci la semplicità e la sicurezza dei suoi accordi jazz, in una monotona sequenza lineare che ha già dentro di sé un happy ending che sa di amarognolo.
E’ triste verificare la decadenza di chi ha saputo farci sorridere tanto, in passato: non c’è nulla di nuovo da inventare, parrebbe persino che tutto questo arrabattarsi sia inutile. E allora possono ben valere le solite battute su Dio, i cicalecci pseudo-intellettuali, il minimalismo da attico newyorkese. Con la consapevolezza che il meglio è, ormai, alle spalle. Prendiamoci questo film, dunque: è poca cosa, rispetto a un passato glorioso, ma meno peggio di tanto altro.
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Commento
1.
rita scrive il 23 Settembre 2009 alle 22:43
ciao Davide, gran sito complimenti..non ne avevo idea!!
Rita