Venezia 66 – South of the border
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2009 | Posted on 11-09-2009
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Oliver Stone viaggia in quel Sudamerica che è da sempre considerato il cortile dei suoi Stati Uniti, e si beve qualchè caffè con alcuni dei presidenti più discussi del mondo. Davvero non c’è molto di più in questo che per le informazioni che veicola non può essere considerato un documentario. E allora come si spiega il successo che ha ricevuto alla Mostra?
E’ lo spirito del film che cattura. La volontà di trascendere il pregiudizio di certa informazione televisiva, di cui tra l’altro già si è parlato, a questo Festival, e andare a cercare l’anima delle cose, o, in questo caso, delle persone. Stone non si prefigge l’obiettività , nè si cura di raccogliere documentazione storica, se non quelle poche date che gli servono a contestualizzare i personaggi che ha di fronte. Non c’è alcuna volontà di giudizio politico, ma solo la ricerca del volto umano e simpatico nel senso etimologico del termine di alcuni tra coloro che attualmente sono considerati i massimi nemici degli Stati Uniti. E in quest’operazione quasi sentimentale, che fa il paio con la Love Story di Michael Moore, Stone riesce benissimo.
Vedere Hugo Chavez che rompe la bici di un bambino cadendo, o lo stesso Stone che mangia le foglie di coca offertegli da Evo Morales come fossero patatine, davvero, come dice una pubblicità , non ha prezzo. Per tutto il resto ci sono i documentari veri, che fanno i conti con i risultati dei due mandati successivi di Lula in Brasile, o dei cinquant’anni di castrismo a Cuba. Il regista non ci si misura. Lui chiacchiera, e, di riflesso, chiacchieriamo anche noi con questi uomini affabili e divertenti, dal temperamento latino, verrebbe da dire. Quello stesso temperamento che ha portato il presidente venezuelano (accolto con striscioni di benvenuto) a fermarsi a lungo sul tappeto rosso, come una star, a firmare autografi e stringere mani, nel vestito del giorno di festa. Chissà che dopo le racchette da ping pong di Forrest Gump, ora non sia la macchina da presa a inaugurare una nuova diplomazia.


