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Venezia 66 – Io sono l’amore

Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2009 | Posted on 06-09-2009

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guadagnino amore Venezia 66   Io sono lamoreI Recchi sono una famiglia dell´alta borghesia milanese alle prese con un inarrestabile discesa verso il precipizio. Alla morte del nonno, il nipote Edoardo, che, a differenza del fratello minore Gianluca è un ragazzo sensibile si trova, per volontà  del defunto a dover gestire l´azienda di famiglia insieme al padre. Nel frattempo, però, conosce Antonio, giovane cuoco di talento con cui si butta nel progetto di un ristorante in Liguria. Lentamente gli equilibri si sgretolano: le donne di famiglia seguono le loro passioni, in barba alle convenzioni. E la tragedià  è inevitabile.

Forse Luca Guadagnino, già  regista di Melissa P., aveva in mente i Buddenbrook quando ha pensato alla storia della decadenza di una famiglia dalle solide radici. Questo potrebbe spiegare la presenza della diafana Tilda Swinton nei panni della moglie e madre russa Emma, che fa il paio con la bella Gerda sposata da Tom Buddenbrook.
Forse, Guadagnino aveva in mente di fare un film sullo scontro tra i valori e tradizioni di una volta, e quelli di adesso, dove, in maniera illuminata, il bene non sta da una parte sola. L´azienda tessile che potrebbe trasformarsi in finanziaria, da un lato, e l´amore lesbico di Elisabetta, secondogenita, che non può essere accettato dal padre dovrebbero testimoniare questa complessità .
O forse, infine, il tema vero è la passione che non si può fermare, e che tutto cambia, come da locandina del film, e il resto dei personaggi serviva solo a fare da contesto.
Non è dato saperlo. Il film riunisce troppe storie e troppe tematiche, ed è infarcito da una serie di personaggi minori caratterizzati quel tanto che basta da attirare l´attenzione dello spettatore su di loro, ma poi lasciati lì, come Eva, la fidanzata di Edo.
Un´altra presenza forte è Milano, ripresa sotto la neve abbondante dello scorso inverno. Ma anche qui, se la città , ripresa nel suo rigore con inquadrature da fotografia di architettura, doveva in rafforzare la dimensione granitica dell´appartenenza borghese, contrapposta alla libertà  del paesaggio montano, allora la metafora è scontata e banale. Ancora di più, la ricerca della perfezione fotografica, sia nel paesaggio urbano, sia in quello selvatico, sia poi in quello corporeo, con la scena d´amore tra i campi, è in qualche modo disturbante. Guadagnino sceglie la via più facile, con immagini ad effetto, fermandosi alla superficie.
In tutto questo, l´unica cosa buona del film, la colonna sonora, viene esasperata nel mixaggio del suono, diventando troppo facile sottolineatura delle scene drammatiche, a sostituire una tensione che non si crea mai, data la prevedibilità  della trama. Peccato che la musica, da sola, non basti a sovrastare la noia.

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