Venezia 66 – Capitalism: a love story
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2009 | Posted on 06-09-2009
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Crisi è stata la parola più usata quest´anno, Michael Moore non poteva non provare a trovare una risposta alle tante domande che ci si è fatti a riguardo. Iniziato sedici mesi fa, il film si chiede che ne è stato del sogno americano e della classe media che lo alimentava. Moore ricostruisce, così, il processo di deregulation che ha portato alla follia finanziaria che è la causa della crisi. Ma soprattutto, il regista si occupa della deregolazione etica che c´è dietro tutto questo.
I documentari di Michael Moore fanno comunque scalpore. Viene da chiedersi, vedendo un film di denuncia, che senso ha farne una recensione: l´importante è che le informazioni vengano trasmesse. Ma con Capitalism: A Love Story, è diverso. Se in Sicko e Fahrenheit 9/11 il regista puntava soprattutto a far luce su un problema circoscritto (la sanità ), o su un sistema di relazioni troppo complesso per essere nascosto dalla paura, qui non c´è nessuna rivelazione. A parte la denuncia del comportamento delle aziende che stipulano assicurazioni sulla morte dei propri dipendenti, il resto lo sapevamo già . I pignoramenti sono sulle pagine di tutti i giornali, così come le relazioni tra l´Ufficio del Tesoro sotto l´amministrazione Bush e Wall Street. E pure le critiche a Timothy Geithner sono frequenti.
Michael Moore ha voluto, e lo dice già il titolo stesso, costruire una storia, un film con una trama, che appassiona e traccia l´evoluzione della società americana. Il capitalismo che abbiamo creato è ingiusto, è sotto gli occhi di tutti, eppure, negli Stati Uniti, nessuno lo mette in discussione. Con questo film che in un certo senso è anche storico, in quanto mette in scena il declino morale di un Paese durato oltre mezzo secolo, è come se Moore fosse alla ricerca dell´identità americana. Per questo fa appello addirittura a Franklin Delano Roosevelt, per poi passare alle piccole storie di resistenza contemporanea.
Il film è costruito in maniera sapiente, e alterna scene di ordinaria tragedia, commoventi ma senza esagerare, a ricostruzioni del lavoro del Congresso, e storie di piccole vittorie. Come al solito nessuna pretesa di completezza o obiettività (ovviamente i tentativi di parlare con alti dirigenti delle banche, e addirittura con Paulson, responsabile del Tesoro sotto George W. Bush, sono tutti falliti). Ci sono tante obiezioni che si possono fare nel merito, sia sulla riuscita di un sistema di piccole cooperative come quelle mostrate, sia sull´assolutezza del male rappresentato dal capitalismo (come recita una frase del film). Ma non è questo il punto. Il punto è rendersi conto che qualcosa si è rotto nel sistema e darsi da fare. Moore, in qualche modo, sembra rifuggire al ruolo di guru che gli è stato affidato. Non dà soluzioni di sorta, semplicemente invita ad usare la testa. Ed è già tanto, soprattutto perché la forza del film sta anche nell´intelligenza con cui è stato costruito.
Moore è ironico, e questo lo sapevamo già . In Capitalism: A Love Story dà il suo meglio con trovate divertenti come i finti doppiaggi di alcuni film, e con una scelta eccellente delle musiche della colonna sonora.
E´ un film fatto con cura in ogni suo aspetto, la stessa cura che Moore dimostra per il popolo del suo Paese, riassunta nella frase che conclude l´opera.


