La custode di mia sorella
Anna è una bimba undicenne la cui nascita è stata programmata dai genitori per far sopravvivere la sorella maggiore Kate, malata di leucemia. Dopo aver subito procedure mediche invasive di ogni tipo, Anna si rivolge a un avvocato per riavere libertà di decisione sull’uso del proprio corpo. La scelta divide la famiglia e mette i membri uno contro l’altro, oltre a far rischiare la vita alla fragile Kate…
C’è un tema affascinante, al centro dell’ultimo film di Nick Cassavetes: fino a dove si può spingere l’amore incondizionato per un figlio o una figlia? Kate Bush cantava, vent’anni fa, che “una madre nasconde il proprio figlio anche quando è un assassino”; in questo caso, Sara, una madre premurosa, colta e amorevole, che ha lasciato una brillante carriera di avvocato per seguire il dramma della figlia, non esita né a “mettere in cantiere” (l’espressione è cruda ma legittima) un’altra figlia solo per poter salvare la prima e non certo come atto d’amore o desiderio di maternità, né a non comprendere il dolore e la frustrazione di questa piccola undicenne che adora sua sorella, da cui è riamata, ma non sopporta più di non poter scegliere, sentendosi poi sempre, e per sempre, un indesiderato “numero 2”.
Da tutto ciò discendono temi sia tipicamente americani quali l’uso del proprio corpo o l’invasività degli studi legali (la ragazzina si rivolge all’avvocato dopo aver visto la sua pubblicità in televisione: che ne direbbero i nostri soloni dell’anti-liberalizzazione?), sia del tutto universali quali l’eticità di un’ingegneria genetica, per così dire, utilitaristica.
Temi di prim’ordine, come si evince. Da trattare con cura e attenzione. L’esatto contrario di quello che fa la mano grossolana di Cassavetes, non nuovo a situazioni limite come questa (basti pensare ai precedenti Le pagine della nostra vita e John Q). Forse non contento della drammaticità delle situazioni, il regista spalma ogni scena con una melassa urtante e fastidiosa, inducendo senza freni alla lacrima facile, inondando il tutto con una colonna sonora indicibilmente drammatica, come se ci fosse bisogno di sottolineare momenti topici che, di per sé, sono lancinanti. Le ottime interpretazioni di un Alec Baldwin, che ci diventa più simpatico a ogni film, e di una strepitosa Abigail Breslin, che dopo Little miss Sunshine si conferma diva del futuro, non bastano a cancellare le banalizzazioni da americano medio che Cassavetes ha compiuto in nome di un facile successo.
Personalmente, un film detestabile. Per chi sceglie di andarlo a vedere ugualmente, un’avvertenza: preparate i Kleenex in quantità industriali!
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