Venezia 66 – Baaria
Posted by Ludovica Gazzè | Posted in Venezia 2009 | Posted on 03-09-2009
Tag:baaria, Mostra-del-Cinema, tornatore
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La saga della famiglia Torrenuova scorre di pari passo con le vicende dell´Italia fascista, prima, e alla prese con la ricerca di un´identità politica poi, il tutto condito con la flemmatica verve siciliana, ripresa direttamente da un Gattopardo mai passato.
Un nonno, Cicco, vaccaro e letterato, un padre, Peppino, comunista della prima ora, e un figlio con la passione per la fotografia e il cinema, contagiato dal movimento studentesco, vivono la Bagheria del titolo, e la riempiono dei ricordi d´infanzia dello stesso Tornatore.
Il film, di 150 minuti, scorre via leggero, tra sogno e realtà , in un modo a cui il regista di Nuovo Cinema Paradiso ci ha abituato. Scene corali e d´impatto, molto politiche, si alternano a inquadrature solitarie, il tutto sottolineato dall´imponente musica di Morricone. Tornatore ricrea un borgo che è un intero mondo, e questo gli riesce benissimo, anche grazie ai tanti camei d´autore (Ficarra e Picone, Nino Frassica, Beppe Fiorello). E la fotografia della Sicilia che ne esce è degna della migliore tradizione dei film italiani, con l´amarezza che si stempera in una risata strappata a denti stretti della commedia all´italiana.
Il film pecca però nella mancanza di rotondità dei personaggi. Figure potenti non vengono analizzate nei loro passaggi più importanti, come tutta la vicenda di Peppino all´interno del Partito. Le donne del film, e prima fra tutte Sarina (interpretata da una splendida Angela Molina) soffrono per il poco spazio che viene lasciato loro. E pure se Tornatore voleva lasciare i personaggi così, appena abbozzati, per sottolineare la loro pura e impotente appartenenza alla Storia come flusso, il tutto rimane accennato e dà un senso di incompiutezza al film.
La pecca del film sta, purtroppo, nella continua tensione tra la visionarietà di un regista alle prese con il suo vissuto, e la trasposizione imperfetta di questo mondo sulla pellicola. Alcune scene, completamente slegate dalla trama, risultano superflue, con il loro significato metaforico. Altre, troppo banali nella loro semplicità , si perdono, e lo spettatore si stanca di passare di simbolo in simbolo, con il rischio di non apprezzare l´idea finale, che avrebbe potuto avere molto più impatto.
Un film da vedere, comunque, che, come tutti i film italiani, susciterà profondo fastidio, ma che saprà anche guadagnarsi un seguito di pubblico felice di aver visto, ancora una volta, un film in grado di suscitare emozioni.


