Locarno 2009 - Laughter and forgetting
Pochi attimi ancora, e il festival sarà concluso. Ombrelloni immaginari si chiuderanno e la lunga vacanza terminerà, per farci riapprovare in una realtà che immaginiamo, fuori dalla sala dove ci appollaiamo a rincorrere i sogni. Poche note, allora, per ricordare gli ultimi fasti.
Sono da sottolineare tre documentari italiani di ottima fattura, con il pregio della riflessione che è tipica del genere ma a volte avvincenti come film di fiction.
Il primo è Il mio cuore umano (in onda su Raitre il 20 agosto), il nuovo lavoro di Costanza Quatriglio con cui la regista romana indaga la vita vera di Nada, idolo delle folle a 15 anni, musa del rock alternativo a 50. Un lavoro che parte dall’omonimo libro scritto dalla cantante livornese per scandagliarne l’animo, con sincerità e ruvidezza esemplari. Un’emozione forte, da seguire e condividere.
Il secondo è Lo specchio, che narra la storia vera di Pierfranco Midali, sindaco di Viganella, sperduto borgo delle montagne piemontesi privato della luce del sole fra novembre e febbraio. Per ridare luce alla piazza del paese, il sindaco decide di piazzare un enorme specchio sulla montagna, che rifletta i raggi del sole e li trasporti al paese. Il film non è solo la storia del coraggio e della cocciutaggine di un uomo che usa la tecnologia e il consenso popolare per dar vita a un sogno, ma anche un esempio di buon governo e tolleranza, dato che proprio accanto al luogo dello specchio vive una piccola comunità buddista formata da qualche famiglia di tedeschi immigrati negli anni ’70. Il film ha la capacità di trasmettere, con immagini palpitanti e molta ironia, un messaggio di ottimismo e speranza bandendo del tutto la retorica. Da sottolineare il montaggio, difficile ma ottimamente riuscito, di Annalisa Schillaci.
Last but not least, Grandi speranze, con cui i coniugi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti ritornano a Locarno dopo l’ottimo I promessi sposi del 2007, stavolta sottolineando pregi e miserie di 3 giovani imprenditori italiani. Ripresi nella loro quotidianità lavorativa, spesso in scontri con partner o dipendenti, i tre si mostrano senza pudori, offrendoci la visione di una giovane generazione imprenditoriale italiana dedita molto al successo e ai grandi temi ma poco a contatto con la realtà. La camera si insinua fra le pieghe di comportamenti a volte al limite della decenza, dando un ritratto impietoso quanto reale di un mondo che sembra rimasto alla mancanza di scrupoli degli anni ’60. Un documento di grande importanza, data il pressocchè totale disinteresse del mondo del cinema per ciò che accade davvero nel mondo del lavoro oggigiorno.
Quattro film di finzione hanno accompagnato l’ultimo giorno di Festival. Poco da dire, se non che Akadimia Platonos, del greco Filippos Tsitos, ha il pregio di raccontare con tocco leggero e kaurismakiano un mondo fatto di bassezze e piccole tragedie, non ultima l’intolleranza verso un’immigrazione che si dà da fare per sopravvivere, in un’Atene marginale popolata da quarantenni vitelloni senza fascino. Accademico La cantante de tango, di Diego Martinez Vignatti, che mostra l’elaborazione del dolore di un abbandono da parte di una cantante argentina in odore di successo, attraverso vicende che hanno un immediato sapore di deja vu: bravi gli interpreti, belle le immagini e la musica, ma la storia proprio non c’è. Irritante Nothing personal, dell’olandese Urszula Antoniak, che riempie la storia di un incontro, nella campagna irlandese, fra una giovane donna in fuga dai ricordi e un intellettuale di mezza età in preda alla depressione di simbolismi ripetuti, gesti inconsulti, paranoie insensate, andando poi a concludere esattamente dove si poteva prevedere fin dall’inizio. Irrisolto, invece, She a chinese, di Xiaolu Guo, che si avvale della splendida interpretazione di Huang Lu (possibile Pardo come miglior interprete) ma si avvita intorno a se stesso nella narrazione di incontri/scontri di una giovane ragazza prima in una Cina rurale e devastata, poi in una Londra multietnica e pericolosa.
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