Locarno 2009 - The boy with the gun
Ragazzini che ciondolano. Che si lasciano cadere, stanchi, sulle panchine. Che confabulano fra di loro raccontandosi il prossimo nuovo grande amore. Che ti guardano sfrontati sotto i loro ciuffi, padroni di un mondo che non comprendono. Che camminano in branco ridendo. Sono tanti, a Locarno. Piu’ di quanti si possano pensare, in una località lacustre adatta a riposi da terza età piu’ che ai sogni adoledcenziali. Si incontrano anche sullo schermo. Per le varie coincidenze festivaliere, spesso accomunati in un paio di giorni.
Lo sguardo dolente del giovane regista brasiliano Esmir Filho si concentra sui turbamenti emotivi di un giovane che vive un’esistenza marginale ma sogna usando le nuove tecnologie. Os famosos e os duendes da morte, in concorso, ha squarci di grande cinema, una lentezza programmatica ma mai fastidiosa e un’atmosfera onirica sospesa fra una realtà fatta di incomprensioni che spingono al suicidio e un rifugio virtuale in cui regna il volto fatato di una giovane donna. Vengono in mente certe creazioni di Lynch e Van Sant, anche se una certa patinatura leva spessore al film. Da tenere d’occhio, potrebbe anche vincere qualcosa.
Una diciottenne ribelle alle convenzioni e sensibile fino all’autolesionismo è invece la protagonista del francese L’insurgée, film in concorso di Laurent Perreau. Orfana di madre (morta in un incdiente) e di padre (scomparso tanti anni prima), la ragazza vive con il nonno compositore ed ex partigiano (uno splendido Michel Piccoli), impostando un rapporto di odio-amore acuito dalla spceularità pressocchè totale dei due caratteri. Il nuoto, di cui è campionessa in erba, e l’amore per il sorvegliante di un locale le danno gioia, ma sono anche motivo di sofferenza, fino a una scelta estrema. Il passagio delicato fra adolescenza ed età adulta viene descritto da Perreau con abbondanza di particolari in un film solido e di impianto classico. La vicenda, di per sè non certo orginale, ha un suo dipanarsi concreto e senza sbalzi, del tutto credibile. E’ per questo che ci appassionniamo alle vicende di Claire (interpretata in modo convincente dalla giovane Pauline Etienne, per cui non esitiamo a prevedere un futuro radioso), fragile ma determinata, come se fosse figlia nostra. I colori del film, che sottolineano il cambio di sguardo e di scena, contribuiscono a renderlo interessante; niente di trascendentale, ma almeno una bella storia da raccontare e, soprattutto, la capacità di farlo.
Meno riuscito invece Complices, del franco-svizzero Frederic Mermoud, che narra del rapporto difficile fra il giovane e affascinante gigolo’ Vincent e la studentessa modello Rebecca. Per amore la ragazza entra nel mondo torbido di Vincent, accettando umiliazioni e rapporti sessuali multipli, ma qualcosa va storto e ci scappa il morto. Sarà un commissario brusco, ma tormentato da sensi di colpa per la mancata paternità, a risolvere la situazione. L’idea iniziale di descrivere un sentimento che si fa carne, in ogni senso possibile, e trascende le possibili incomprensioni diventando grande, e parallelamente i tormenti di adulti emotivamente irrisolti, si scolora in un film di genere, che vira verso il noir senza il nerbo necessario, diventando narrativamente banale. I corpi dei due giovani protagonisti, generosamente mostrati, avrebbero meritato ben altro sguardo: qui si sta in mezzo, senza prendere una posizione nè morale nè estetica, e la sensazione è quella di una discreta occasione sprecata.
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