Locarno 2009 – The devil’s own
Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2009 | Posted on 09-08-2009
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Il week end svizzero porta piu´ scarpe fra i vicoli, l´immancabile pioggia torrenziale e nuovi volti da scrutare. E una pletora di film italiani e artisti italiani, tutti riuniti in 2 giorni per la gioia di turisti e accreditati.
Toni Servillo, insignito dell´Excellence Award come attore, ha portato una ventata di affabulazione partenopea in un paio di incontri in cui ha potuto sorvolare temi fra i piu´ vari, dichiarando fra l´altro, in sottile polemica con le folkloristiche prese di posizione leghiste, che “Il dialetto è una lingua esperienziale”, piccolo peral di saggezzsa troppo spesso dimenticata.
Pasquale Marrazzo, invece, ha portato nei Cineasti del Presente il suo ultimo lavoro, Sogno il mondo il venerdi´. La visione del regista napoletano è cupa e pessimista: in pochi giorni si intrecciano le vite sconclusionate di alcuni personaggi che vivono o frequentano un condominio della periferia milanese, fra tentati scippi, debiti di gioco, amori illusori, lavori precari. La denuncia di una socialità disastrata ha la forza della sincerità e la potenza di immagini esterne che descrivono una metropoli semi-distrutta e incapace di reagire; purtroppo il film vola troppo alto e la sceneggiatura perde a volte quella verità che i volti di un cast ottimamente assortito, invece, posseggono con un´ottima naturalezza espressiva. La scelta di inserire momenti in cui gli attori cantano rompe il ritmo, e alla lunga rischia di diventare stucchevole. Rimane un´urgenza di fondo e il desiderio di esprimere una rabbia che sorge dalla pancia, piu´ che da un ragionamento: questa è la forza della pellicola, questo il motivo per cui sarebbe giusta la sua visione, restano ancora decisi margini di miglioramento.
Infine Pippo Delbono, fuori concorso con La paura, un mediometraggio girato lo scorso anno fra le vie di Milano, Roma e Moncalieri con un cellulare. Tra bambini rom che accarezzano cuccioli di cane, senzatetto che dormono davanti a scintillanti centri commerciali, il funerale quasi solitario di un ragazzo somalo ucciso dai proprietari di un bar e lo scalmanarsi di educatori cattolici in piazza Duomo, il ritratto che ne esce è quello di un Paese a pezzi. Dove l´indignazione dovrebbe far risorgere una coscienza civile, si assiste invece al totale menefreghismo e alla vittoria urlata del mors tua vita mea, amplificata da istituzioni assenti e televisioni che offrono modelli insulsi e vuoti. La denuncia di Delbono, teatrante di razza e di rottura, è pura e semplice come il suo teatro, senza infingimenti nè barriere ; per cio´ stesso, d´altronde, è debordante e a volte qualunquista. L´impietosità senza bugie diventa il pretesto per una rabbia che potrebbe perfino prendere derive pericolose, e le scelte espressive di Delbono lo obbligano a presentare un ritratto che ha la forza di alcune rappresentazioni pasoliniane ma la debolezza della parzialità . Ce ne fossero comunque di censori in quantità che, come il regista ligure, abbiano la voglia e il coraggio di osare alzare la voce in una « serva Italia » (come recita Delbono nel film, mentre osserviamo i concorrenti de La Corrida di Gerry Scotti) che ha scordato ogni decenza.
Per concludere con le glorie italiche, è giusto sottolineare la presentazione di Quel fantasma di mio marito, lungometraggio « dimenticato », e prontamente restaurato, girato da Camillo Mastrocinque nel 1950 con un giovane Walter Chiari. Sarebbe solo un simpatico intervallo fra le brume festivaliere, se non fosse per la freschezza dell´intreccio (un giornalista che si finge morto per far decollare la carriera sua e della moglie, salvo morire sul serio e apparire alla moglie sotto forma di fantasma), per la semplicità dei contrasti e per dialoghi che, attraverso metafore allora ardite, oggi purtroppo impossibili, riflettono sulla guerra, la politica, la Chiesa e l´ipocrisia mediatica. Bello poterne godere. Triste immaginare che battute simili in una sceneggiatura, oggi come oggi, verrebbero cancellate per non turbare lo status quo.


