Locarno 2009 – Cries and whispers
Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2009 | Posted on 07-08-2009
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Quanto dolore dietro ai sorrisi di ogni vacanza. Quanta ansia dietro ai gesti consueti. I passi ripercorrono sentieri già battuti. La memoria va a cio´ che doveva essere e non è stato. Si puo´ vivere ugualmente, ma con l´urgenza derivante dalla caducità .
Sembra troppo, per un festival di cinema ? E´ quanto abbiamo visto in un´intera giornata dedicata, nella maggior parte, alla sofferenza. Leit-motiv festivaliero, se è per questo, qui come altrove, ma che spesso a Locarno trova vette di inusitata poesia.
E´ il caso del canadese La donation, con cui Bernard Emond, antropologo prestato al cinema, conclude la trilogia di lungometraggi dedicata alle tre virtu´ teologali (Fede, Speranza e Carità ). La vicenda di una dottoressa, che giunge in uno sperduto paesino del Canada per sostituire il medico del villaggio in partenza per una vacanza, è lo spunto per raccontare quanto sia difficile donarsi agli altri senza condizioni, avvicinarsi ai pazienti fino a condividerne, oltre ai dolori, anche le gioie e la vita stessa. Emond ha la capacità , già evidente negli altri 2 film collegati (entrambi presentati gli anni scorsi a Locarno) di parlare di un concetto cristiano senza scadere nell´apologia di un cattolicesimo militante ; anzi, qui piu´ che altrove sembra evidente quanto la divinità sia tutt´uno con una natura i cui boschi e laghi proteggono i misteri metafisici dell´esistenza intera, e si offrono allo sguardo dei mortali in un´immobilità onnisciente. I volti, scrutati con accuratezza da una macchina da presa con movimenti impercettibili, sono quelli della gente comune, ma rispecchiano un´universalità panteista , quasi a dimostrare che un qualche soffio divino è presente anche all´interno di noi umani. Un film difficile ma capace di affascinare con lentezza mai presuntuosa, anzi a volte con un tocco di incredibile leggiadria.
Una sofferenza ben diversa è quella che vive il protagonista dell´argentino Castro. Inseguito, non si sa bene perchè, dalla ex moglie e da alcuni sicari fra le vie di un sobborgo di Buenos Aires e, successivamente, della stessa capitale, il povero Castro è la rappresentazione vivente, forse perfino beckettiana, dell´impossibilità di comprendere i ritmi indiavolati di un´esistenza che ci è del tutto sfuggita di mano. Divertente sotto certi aspetti, con momenti anche esilaranti (i colloqui di lavoro con test assurdi, gli inseguimenti in macchina con pacchi di cartone lanciati come in una partita di rugby) il film si perde in un´estetismo piatto e fino a se stesso, andando a perdere di ritmo proprio nei momenti topici e risultando, quindi, un divertissement un po´ prolisso.
Dulcis in fundo, ecco il drammone strappalacrime per eccellenza. Cosa si puo´ dire, altrimenti, di un film i cui protagonisti sono i membri di una famiglia che ha avuto un figlio dislessico (ma ora ampiamente guarito), una figlia diciottenne affetta da una leucemia allo stadio terminale e una terza figlia dodicenne nata in provetta apposta per donare cellule staminali e midollo alla sorella per salvarle la vita ? Se a cio´ aggiungiamo una madre, brillante avvocato, che ha lasciato lavoro e carriera per dedicarsi alla figlia malata, un padre pompiere esautorato dalle scelte familiari, parenti riccastri ogni tanto in visita ma per lo piu´ assenti e un avvocato con crisi epilettiche, ecco che il pranzo è servito. Il genio del male Nick Cassavetes (già avvezzo a film da Kleenex) non è andato per il sottile in My sister´s keeper, che si avvale della partecipazione di Cameron Diaz, di una straordinaria Abigail Breslin, e di un Alec Baldwin che ci diventa piu´ simpatico a ogni film. Il tema principale, al di là degli inutili orpelli, è quello del controllo e della autodeterminazione del proprio corpo ; la questione è che il regista inserisce melassa in quantità industriale, facendo somigliare ogni scena a un possibile pre-finale fin dopo i primi 10 minuti di film, per non parlare di un uso scriteriato e smodato della colonna sonora, e finisce per farci dimenticare un assunto etico che avrebbe invece potuto essere sviluppato in ben altro modo. Verrebbe da sottolineare la differenza abissale che esiste, a livello rappresentativo, fra cineasti americani ed europei, gli uni pronti a una ridondanza magniloquente gli altri tesi a un accenno appena discreto, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Personalmente, un film detestabile, anche se ha i suoi momenti di gà¶loria. Probabilmente, sarà un discreto successo commerciale. A dimostrazione che il cinema, quando fa piangere anche senza riflettere, porta sempre la pagnotta a casa.


