06. Agosto 2009

Locarno 2009 - Midnight sun

500_gr.jpgLocarno è quel luogo dell’anima dove gli opposti si tingono di grigio. Cominciando e continuando ad attrarsi, peraltro. Senza che si senta la necessità di chiedersi il perchè: si vive del tutto tranquilli come le acque del lago, semmai vagamente increspati dal sole a picco; consci, d’altronde, che fra qualche giorno un tremendo acquazzone inonderà Piazza Grande: tanto è sempre cosi’, si sa.

Ecco che il festival famoso per le sue sperimentazioni borderline si inaugura con una commedia romantica: si potrebbe immaginare un ossimoro piu’ paradossale? Lo è di meno, pero’, se si analizzano bene i termini della questione: 500 days of Summer (tradotto in italiano con un meno incisivo 500 giorni insieme, che toglie l’interessante gioco di parole del titolo inglese) è si’ un film americano che narra l’incontro fra due giovani (un creativo, Tom, e una segretaria, Summer appunto) fra innamoramento, passione, dubbi e drammi, ma lo fa da un punto di vista decisamente maschile e alternando flashback e flashforward in un gioco in cui la memoria appare la pallina impazzita di un flipper. Il quadro che ne risulta è quindi una riflessione interessante sulle casualità della vita, senza inciuci sociologici nè troppe problematiche psicologiche: la sceneggiatura, concepita dagli autori a partire dalla propria autobiografia, prende il volo agevolmente, trovando una sua unità e ragion d’essere nel dipanarsi realistico e mai stonato delle vicende; dalla consapevolezza di quanto sia fondamentale la musica come colonna sonora delle proprie esperienze (e qui di musica ce n’è a profusione, dalle canzoni galeotte degli Smiths a quelle della nuova reginetta dell’intimismo pop, Regina Spektor); dall’interpretazione di due antidivi come Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt (entrambi anche musicisti nella vita reale, entrambi ottimi prototipi delle semplici complicazioni della vita quotidiana); infine, dalla regia intrigante dell’esordiente Marc Webb, finora attivo come regista di videoclip.

Musica protagonista anche nell’opera con cui il Festival si è virtualmente inaugurato, poche ore prima della proiezione del film di Webb in Piazza Grande: Vitus, film svizzero del 2007 acclamatissimo in patria, narra infatti le vicende di un bambino prodigio che la madre vorrebbe star del pianoforte e già laureato a 12 anni, ma che si rifiuta di seguire una strada predestinata, seguendo gli insegnamenti del saggio nonno, per poi diventare stra-milionario grazie alle astuzie internettiane per coronare il sogno di diventare pilota. Il realismo magico della pellicola è reso evidente dalla scelta, come protagonista, di un vero pianista-prodigio, il giovanissimo Teo Georghiu, ma l’ottimismo della volontà di cui è pervaso il film fa scordare troppo spesso una verità narrativa che, anche in una simil-favola, dovrebbe sottendere il racconto; cosi’, a volte si scade in semplificazioni quasi ridicole, che non fanno godere appieno della dolcezza di fondo della vicenda. Magica davvero, invece, l’esibizione di Gheorghiu, insieme all’Orchestra della Svizzera Italiana, in un Auditorium stracolmo e plaudente alla presenza delle autorità locali e del prezzemolino nostrano Giovanni Allevi (qui solo in veste di spettatore invitato: che ci azzecca, direbbe qualcuno?).

La magia rimane nel secondo film della rassegna Piazza Grande, il tedesco Unter bauern – Retter in der nacht; non tanto per la rappresentazione, improntata agli stilemi del film-verità (e non potrebbe essere altrimenti, visto che si narra la storia vera del salvataggio di una famiglia ebrea da parte degli abitanti di un villaggio nella Westphalia nazista fra il 1943 e il 1945), quanto per il significato profondo della pellicola. Con candore, il regista Ludi Boeken (a suo tempo produttore di Train de vie, piccolo e indimenticabile capolavoro sull’Olocausto) mostra la semplicità con cui normali contadini hanno scelto di fare cio’ che ogni tedesco avrebbe dovuto fare, se solo avesse seguito i precetti di umanità anzichè la propaganda di regime, e cioè proteggere e salvare persone sottoposte all’insensata e disumana follia dello sterminio. Il film riapre ferite ancora profonde nell’animo del popolo tedesco (ma almeno ha il coraggio di provarci, a differenza di noi italiani che ancora non sappiamo riappacificarci con il passato della Resistenza), ma calca troppo la mano sui significati simbolici diventando a volte didascalico e vagamente televisivo. La presenza, nel sottofinale, delle 2 vere protagoniste della vicenda (ancora arzille nonostante l’età avanzata) appaga la curiosità ma paradossalmente toglie pathos all’enormità della storia appena vista, e al termine si esce pensosi ma non del tutto soddisfatti.

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