Generazione 1000 euro
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 24-04-2009
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Matteo è un trentenne laureato in matematica che si barcamena fra un lavoro svogliato da 1000 euro al mese nel settore marketing di una multinazionale, i seminari universitari che tiene per gratuita devozione verso il suo vecchio professore e l´amicizia di lunga data con Francesco, un proiezionista svagato mago della Playstation con cui condivide la casa. All´improvviso, la sua vita cambia: in azienda, dove gli affari vanno male e si rischia il posto ogni giorno, conosce la provocante Angelica, nuovo capo del marketing; in casa arriva Beatrice, cugina di un secondo coinquilino svaporato dalla sera alla mattina; la sua fidanzata Valentina, infermiera stakanovista, lo lascia all´improvviso….
Salgono a tre in poco più di un anno le pellicole che il cinema italiano dedica, almeno esplicitamente, alla precarietà del lavoro che è il leit motiv di questi tempi difficili. Dopo Tutta la vita davanti di Virzì e in contemporanea con Fuga dal call center di Federico Rizzo, questo nuovo film di Massimo Venier (regista di quasi tutti i lavori cinematografici di Aldo, Giovanni e Giacomo e dell´esordio di Ale e Franz), prendendo spunto da un omonimo libro uscito lo scorso anno, parrebbe avere l´ambizione di esplicitare già nel titolo una situazione di disagio comune a migliaia di individui, quasi spostandosi, con coraggio, in una dimensione sociologica che anche gli altri due film citati, a prescindere dal titolo, egregiamente sottolineavano e rappresentavano.
Invece, e purtroppo, niente di tutto questo. Con una parabola rovesciata di dubbia riuscita, Venier (malamente aiutato nella scrittura da Federica Pontremoli, altrimenti firmataria di sceneggiature di peso quali Giorni e nuvole e Il caimano) metaforizza la precarietà lavorativa di un´intera generazione con una situazione simile a livello sentimentale, mostrandoci un protagonista come Matteo che, oltre a non essere affatto un precario (pur percependo uno stipendio da fame, è infatti assunto a tempo indeterminato), ha dei trentenni di oggi solo la tipica indecisione maschile, un po´ alla Peter Pan, di quale posto scegliere in un mondo che gli sembra irraggiungibile e incomprensibile. Il risultato è una commedia sentimentale piena di buchi di sceneggiatura (e gli oggetti venduti su ebay? E l´ultima telefonata alla ex fidanzata? E gli ex allievi del professore ritrovati di colpo?), colma di personaggi fittizi ritagliati nel cartone (il professore burbero, il grande capo del marketing elegante e inquietante, il collega sfigato), in cui fra i protagonisti si staglia solo la Beatrice recitata in levare da Valentina Lodovini (sempre più una splendida certezza per il nostro cinema), mentre Alessandro Tiberi sembra perennemente chiedersi “che ci faccio qui?”, la Crescentini dovrebbe cominciare a selezionare meglio i copioni che le offrono e Mandelli è irritante nella sua inconcludente inutilità come attore. Fra agnizioni sentimentali banali e scontate e situazioni degne di un melò da tv paesana (l´annuncio della partenza del treno fatto dal professore a Matteo davanti a un´aula colma di suoi ex-studenti grida vendetta), gli unici momenti di spicco del film sono i momenti comici, demandati alle scene in cui sono insieme Matteo e Francesco. Ma fra un inopinato Andorra-Brasile alla Playstation e una poltrona che precipita al piano di sotto, si rimpiangono le situazioni analoghe di un piccolo film di una decina di anni fa, per certi versi simile a questo, Cresceranno i carciofi a Mimongo, dove i due protagonisti erano peraltro Liotti e Mastandrea (che al confronto di Tiberi e Mandelli sembrano De Niro e Pacino), e la morale finale era meno sdolcinata e più colma di speranza: se c´è un sogno da seguire, almeno proviamoci, si diceva allora, e non accontentiamoci delle morbide forme di una donna che ci ama e di 934 euro al mese divisi fra lavoretti infimi, come preferisce invece fare il giovin Matteo. Si potrebbe dire che 10 anni di distanza sono siderali come situazione sociale, ma una questione simile viene solo sfiorata dal film di Venier, e si ritorna, come bambini mal cresciuti, nel più banale e italianissimo bisogno di scelta fra una vita al massimo lontani dagli amici e dal vero amore e una vita semplice colma di affetti e sincerità . Con tanti saluti a chi questo tipo di scelta non se la può non dico permettere, ma nemmeno sognare.
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