Louise - Michel
Cosa fare quando la fabbrica in cui hai lavorato per anni chiude dalla sera alla mattina e vieni liquidato con la miseria di 2000 euro? Ma uccidere il padrone, naturalmente, se non altro per lanciare un avvertimento non dei più scherzosi. L’idea viene alle dieci operaie di uno stabilimento tessile e a coordinare il progetto viene chiamata Louise. Che però in realtà si chiama Jean Pierre, è un avanzo di galera che si è finto donna per trovare lavoro e non sa leggere. Normale che in condizioni simili si affidi a qualcuno che gli somiglia: Michel, agente di sicurezza privato. Che in realtà è donna, ha orrore del sangue e non ha mai usato un’arma in vita sua se non per sparare al cielo stellato. Nonostante le desolanti premesse, i due si mettono all’opera: scoprendo però che, in epoca di globalizzazione, il vero problema non è uccidere il padrone, ma trovarlo…
Preceduto dall’ottima accoglienza ricevuta ai Festival dove è stato presentato (tra cui Sundance e Roma) e da un buon successo transalpino, Louise – Michel approda sugli schermi nostrani in forma molto timida, distribuito in poche sale e quasi senza battage pubblicitario. Non è facile vederlo: ma se ne avete l’occasione potrebbe valerne la pena. Non saremo di fronte a un’opera imperdibile, ma almeno dà l’occasione di ridere con intelligenza. E, per una volta, con una sana dose di cattiveria. I due registi e sceneggiatori, Benoit Delépine e Gustave de Kervern, pressoché sconosciuti da questa parte delle Alpi, hanno però all’attivo un paio di pellicole e soprattutto molta televisione. Televisione declinata alla Monty Phyton, con irriverenza e soave carogneria: caratteristiche che si ritrovano puntualmente qui, in una commedia nera come le bandiere anarchiche cui tutta l’operazione fa riferimento (Louise Michel, cui l’ opera è dedicata, era una anarchica francese). Nel narrare di un’improbabile ma entusiasmante vendetta della classe operaia nei confronti del padronato, il duo fa infatti allegro strame di ogni idea di buon gusto e correttezza politica. Gli umiliati e offesi, per quanto più istintivamente simpatici degli antagonisti, non sono poi meglio dei ricchi capitalisti, di cui condividono l’idea dell’individuo come mera merce al punto da convincere malati terminali a compiere gli omicidi in propria vece. La confusione – politica, di genere sessuale, economica – regna sovrana. E parole come “confronto” e “sindacato”, timidamente pronunciate, vengono immediatamente dimenticate in favore di una legge del taglione dagli effetti esilaranti ma dalle premesse agghiaccianti. Il tutto narrato con uno stile spurio (ma gli autori fanno sapere con civetteria di non intendersi di cinema…) che mischia lo stralunato umorismo nordico di Kaurismaki alla ferocia in punta di fioretto di un Bunuel, non preoccupandosi di prendere a prestito anche da fratelli Coen e Mel Brooks pur di raggiungere l’obiettivo. Che, grazie anche ad un’ottima coppia di protagonisti (tra cui impossibile non segnalare il killer inetto disegnato da Bouli Lanners) viene pienamente raggiunto. Si ride, e spesso, ma qualche brivido viene: in modo crudele e paradossale finché si vuole, Louise – Michel ci racconta i nostri tempi di crisi. E ci dice che la soluzione non è dietro l’angolo. I tempi del godardiano Crepa padrone, tutto va bene sono lontani: il padrone non è neanche più un’entità fisica, ed in fondo determinerà (vedi il sottofinale) il nostro futuro a tutti i livelli. Potendo, sicuramente da vedere: e non perdete, come da avviso, quanto accade dopo i titoli di coda. Per una volta ne vale davvero la pena.
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