02. Aprile 2009

Gli amici del bar Margherita

gli-amici-del-bar-margherita.jpgNel 1954 la compagnia di sfaccendati che si ritrova al Bar Margherita, un locale con biliardo sotto i portici del centro di Bologna, si arricchisce di un ragazzo che, affascinato dalla stranezza di quella gente, arriva a farsi noleggiare un auto (millantando una passione della formosa madre verso il noleggiatore) per portare in giro Al, il “capo” della gang del bar. Il giovane, di cui nessuno sa il nome e che infatti verrà chiamato sempre Coso, vede all’opera quei personaggi che sembrano usciti dalla fantasia di un cartoonist, fino alla foto annuale, scattata come sempre in autunno davanti al Bar, nella quale sceglierà di non esserci perché, come dice, “è più bello vedervi da fuori”…

Da anni abbiamo imparato a diffidare dei film di Pupi Avati. Non tanto per le storie che il regista bolognese narra, quanto per la stracotta bonomia con cui torna di prepotenza alla presunta purezza di una pre-modernità che sembra una leggera ventata di freschezza ma nasconde una presa di posizione, tutto sommato, qualunquista. La diffidenza aumenta, una volta visto quest’ultimo suo film, se, facendo riferimento alle qualità espresse dal suo cast (come al solito, di alto livello: ai soliti noti quali Abatantuono, Cavina, Marcorè e Ricciarelli si aggiungono gli inediti Lo Cascio, De Luigi, Ippoliti, Ranieri), quella che si imprime maggiormente nella memoria, e non solo per il suo viso perfetto, è Laura Chiatti: la giovane attrice umbra almeno ha tentato di costruire un personaggio, non nuovo per i suoi clichè ma con contorni abbastanza precisi anche nelle poche scene in cui appare, mentre gli altri si sono limitati a ripercorrere le proprie maschere tipiche, che ce li hanno fatti amare e ammirare ma da cui sappiamo possono discostarsi con facilità; è un telefonatissimo deja-vu vedere Marcorè che fa il giovane semplice e ingenuo, Abatantuono il tronfio milanese, Lo Cascio il palermitano sopra le righe, De Luigi il sognatore imbranato, e così via. Per non parlare della voce narrante, un ragazzino di età indefinibile (Pierpaolo Zizzi) il cui personaggio ha la consistenza di un ectoplasma e compie gesti scellerati con un sorriso ebete sempre stampato sul volto.
Il problema è che Avati, forse per onorare la memoria di un ritrovo bolognese degli anni ’50, vorrebbe creare un bozzetto ampiamente riconoscibile di un’Italia pre-boom assemblando a casaccio I vitelloni e Amici miei, ma crea solo un pasticcio confusionario e difficile da seguire: le storie si intrecciano l’una all’altra seguendo strade tortuose, i personaggi sono solo abbozzati e alcuni sono senza nerbo (il sarto di Ippoliti, il cravattaio di Botosso, la maestrina di piano della Ranieri), molte battute vorrebbero far sorridere ma riescono solo a increspare a mala pena le labbra (la continua voce fuori campo “Abbasso i busoni” quando nel gruppo ci sono i due gay elegantoni, poi, è davvero fastidiosa), e in sottofondo tutta la pellicola è pervasa da una misoginia di bassissimo profilo, tale per cui le donne o sono madri o sono puttane e tali restano, per sempre.
Il cinema italiano non ha bisogno di simili caricature, volgari e ipocrite proprio nella loro pretesa semplicità. E Pupi Avati, che pur facendo due film all’anno, come un Woody Allen de noantri, ha perfino il coraggio di dire che in Italia non lo fanno lavorare come vorrebbe, farebbe bene a pensare maggiormente i suoi film, e ritrovare quel gusto di raccontare e quelle storie minimali ma toccanti e poetiche che, ormai molti anni fa, lo hanno fatto diventare famoso.
Per ora, con estrema determinazione pollice verso.

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