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Fortapàsc

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 29-03-2009

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fortapasc Fortapàsc1985. Giancarlo Siani, ventiseienne, lavora con l’amico Rico come praticante – o abusivo, come ama definirsi scherzando – per il quotidiano Il Mattino di Napoli a Torre Annunziata. Sono gli anni della ricostruzione del dopo – terremoto. Gli anni in cui Torre Annunziata è teatro di una feroce guerra tra bande che miete omicidi al punto di farla soprannominare “Fortapà sc”. Soprattutto sono gli anni in cui la camorra, in combutta con politicanti corrotti o imbelli, mette le mani sul fiume del denaro destinato a questo scopo. Il tutto nell’acquiescenza più o meno attiva di tutti gli apparati statali e mediatici. Si potrebbe fare lo stesso, come tanti o tutti gli altri, chiudere gli occhi su omicidi e stragi, trincerarsi dietro un generico “non possumus”. Ma Giancarlo vuole capire, vuole verificare le notizie, cerca – nonostante i rimbrotti del suo caporedattore – di fare il giornalista–giornalista e non il giornalista impiegato. Fino a cominciare ad intuire il Sistema di cui in futuro parlerà  Saviano. Non arriverà  a leggerlo: il 23 settembre dello stesso anno, unico giornalista a fare questa fine, verrà  ucciso dai camorristi.

Bentornato a Marco Risi. Che, dopo qualche bel film a fine anni ’80 inizio anni ’90 – dal dittico palermitano Mery per sempre e Ragazzi fuori a Muro di gomma – sembrava definitivamente perso alla causa del buon cinema con una manciata di titoli sempre trascurabili e spesso irritanti. Non che si sia di fronte a un capo d’opera, ma questo Fortapà sc dimostra che non tutto è perduto. E, fortunatamente, che non sempre la produzione RAI e i contributi ministeriali mettono capo a risultati imbarazzanti. Nel raccontare la storia di Giancarlo Siani il regista ha almeno il merito di non adagiarsi sugli stilemi del piccolo schermo o sulla denuncia tonitruante quanto generica (vedasi il quasi contemporaneo e ahimé assai brutto La siciliana ribelle) ma di ripartire dalla tradizione del cinema di denuncia italiano. Cioè dai Rosi e dai Damiani, talvolta citati letteralmente (si veda solo la sequenza del consiglio comunale, letteralmente espunta da Le mani sulla città ) e in ogni caso meditati, interpretati, fatti propri. Col risultato di una pellicola finalmente pensata per il cinema, caso ormai raro nel desolante panorama italiano, capace di offrire soluzioni di montaggio spesso alternato non banali e riprese che trovano la loro giusta collocazione sul grande anziché sul piccolo schermo. Evitando al contempo, ed è solo bene, la retorica facile cui pure il tema spingerebbe. Se Siani è stato un eroe lo è stato per certi aspetti suo malgrado, per una dirittura morale quasi normale che però era (e probabilmente tuttora é) merce rarissima nell’Italia non solo del Sud, per una voglia di capire e intervenire sul reale vissuta con benevola accondiscendenza da alcuni (la ambigua figura del pretore), con aperta osilità  da altri. Il tutto raccontato pianamente, senza inutili o dannosi ricorsi a enfatiche sottolineature di dialogo o musicali, potendo anche contare su un bel gruppo d’ attori in cui fanno decisamente buona figura i due giovani protagonisti De Rienzo e Lodovini. Non un capolavoro, si diceva, e certo non paragonabile né all’ieri – i citati Rosi e Damiani – né all’oggi rappresentato da Gomorra. Ma intanto un bell’esempio di cinema civile, onesto e – finalmente – medio nel senso migliore del termine: quel senso che la cinematografia italiana sembra purtroppo avere completamente scordato.

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