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Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 15-03-2009

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nemico Nemico pubblico n. 1   Listinto di morteFrancia, 1959. Jacques Mesrine torna a Parigi dopo la ferma in Algeria dove, più che a fare il soldato, ha imparato ad uccidere. Il padre gli avrebbe trovato il classico buon lavoro, ma il ragazzo si sente più attratto dal milieu malavitoso che lo circonda. Tanto da abbandonare la famiglia e le sue asfissianti pressioni piccolo – borghesi per mettersi al servizio del boss locale Guido. E’ solo l’inizio di una carriera criminale costellata di rapine ardite, sequestri di persona, fughe impossibili ed efferati omicidi che lo porterà  dalla natia Parigi fino negli States e in Canada…

La vita di Jacques Mesrine, tra gli anni ’60 e ’70 il più celebre gangster francese, sembrava fatta apposta per lo schermo. Sorta di incrocio tra Vallanzasca e Bonnot, bandito feroce e al contempo fondamentalmente anarchico ed insofferente a codici e regolamenti anche interni al mondo della malavita, solitario ma abilmente manipolatore e istintivamente “mediatico”, la sua autobiografia scritta in carcere era il tipico testo che sembrava chiamare lo schermo. Raccoglie la sfida Jean – Francois Richet. Che da noi potrà  essere (e con tutta probabilità  lo è) un illustre sconosciuto, ma ha al suo attivo un esordio notevole con Etat des Lieux – che si guadagnò una meritata candidatura ai César come miglior opera prima – e un più che dignitoso remake di quelli impossibili, Distretto 13 – Le brigate della morte di Carpenter. Con Nemico pubblico n. 1 – l’istinto di morte, prima parte di un dittico che ha stracciato i botteghini d’oltralpe (la seconda, L’ora della fuga, è attesa per aprile), di César ne ha portati a casa tre, tra cui quello per la miglior regia e per il miglior attore protagonista. Meritatamente, va detto: e la pellicola è senz’ altro da vedere. Come è stato giustamente notato, molto del merito va ad un Vincent Cassel assolutamente straordinario, che rimanda ai grandi vilains del cinema d’oltralpe incarnati ai tempi d’oro da Delon e Belmondo, capace di stare in scena ininterrottamente senza una sbavatura e con una energia ai limiti del furore come un’autentica macchina da cinema non scadendo mai nella gigioneria o nell’autocompiacimento. Ma molto altro va anche al regista e sceneggiatore. Che mette in scena la vicenda non nascondendo un’evidente fascinazione per il personaggio (basterebbe la didascalia che apre l’opera) ma al contempo rifiutandosi di abbracciarne completamente la causa, subendo semmai – e rappresentando si direbbe senza mediazione – tutta l’ambiguità  di un personaggio tanto affascinante quanto profondamente pericoloso. Dominato, come ebbe lui stesso a scrivere – il titolo della pellicola non è nient’altro che la riproposizione di quello dell’autobiografia – da un irrefrenabile istinto di morte, da dare o subire senza distinguo o recriminazioni: non a caso la pellicola si chiude – oltre che su un’inquadratura geniale, vedere per credere – sul protagonista che dice “O fuori o morti”. E capace di gesti di estrema, vitalistica generosità  â€“ l’assalto al carcere per liberare chi lo ha aiutato nella fuga – come di bassezze orrende. Con queste premesse sarebbe stato facile scadere nel “genere” nel senso peggiorativo del termine: per evitarlo Richet propone un cinema assolutamente classico, che sembra guardare da un lato al polar di un Deray o di un Giovanni e dall’altro al poliziesco americano degli anni coevi alla vicenda rappresentata, dal Fleischer di Lo strangolatore di Boston (citato pressoché testualmente dallo splendido split screen iniziale) al Friedkin de Il braccio violento della legge. Ne esce un film di una solidità  da altri(e migliori) tempi, dal ritmo ad orologeria senza essere inutilmente esagitato, dall’indagine psicologica tutt’altro che banale non solo nei confronti del protagonista. Oltretutto nobilitato da un parterre di comprimari – sempre che si possano chiamare tali nomi come Depardieu o Cecile de France – di assoluta eccellenza. Abbastanza per indurci ad aspettare con qualcosa di più della semplice curiosità  la seconda parte del dittico: e senz’altro più che abbastanza per consigliare di sedersi in poltrona. Sarà  anche semplice intrattenimento, ma di quelli che meritatamente spesso finiscono nei corsi di cinema.

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