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La siciliana ribelle

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 26-02-2009

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la siciliana La siciliana ribelleSicilia, primi anni ’80. Rita è la figlia di Don Vito Mancuso, mafioso all’antica che si preoccupa di fare quella giustizia che lo stato ancora nega. Quando, nel giorno della sua prima comunione, il padre muore ucciso per essersi opposto ai disegni di Don Salvo, parente assai più interessato all’idea di trarre ricchi profitti dal traffico di droga che a quella di incarnare il tradizionale uomo d’onore, Rita comincia ad appuntarsi movimenti e frasi della sua cerchia. L’appostamento dura sei anni: quando anche il fratello rimane vittima del boss Rita fa la sua mossa. E si presenta al procuratore di Palermo per denunciare il tutto. Da quel momento, tra apparenti trionfi e rovinose ricadute nell’universo da cui proviene, il suo destino è segnato. Lontana dal milieu, abbandonata a se stessa e alle cure impersonali della polizia, guardata con uguale simpatia e sospetto dai suoi stessi interlocutori, la sua scelta ha un esito scontato. Però non inutilmente, forse…

Marco Amenta, esordiente sul grande schermo in un film di fiction, ci ha regalato in passato un ottimo documentario: quel “Il fantasma di Corleone” che, pur finanziato dalla Rai, non mi risulta si sia mai visto sulle reti nazionali. Ma è ugualmente approdato a non pochi premi festivalieri E, va detto, con merito, dato che mostrava del talento non banale nel ricostruire l’universo mafioso dall’interno. Approda ora a una co- produzione europea per il suo primo film, oltretutto ispirato alla storia vera di quella Rita Atria (nome dimenticato, ma che bisognerebbe ricordare) che, dopo essere stata uno dei testimoni chiave nel primo maxiprocesso alla mafia, si suicidò – abbandonata da tutti e rinnegata dalla famiglia -una settimana dopo la morte del suo mentore Paolo Borsellino. Ne poteva risultare un bel film: purtroppo,come testimoniato anche dalla tiepida accoglienza all’ultima Festa del Cinema di Roma, non è così. Sarà  un caso, ma la targa RaiCinema si sente nel peggiore dei modi. In un didascalicità  francamente disarmante, per cui tutto deve venire spiegato ma nulla viene veramente indagato (quali sono le reali relazioni tra il padre e l’onnipotente Don Salvo? Quale il percorso del procuratore antimafia? E si potrebbe continuare…). In uno svolgimento da fiction, con scene madri e presunti colpi di scena che lo spettatore mediamente avvertito avverte con qualche (abbondante) minuto di anticipo. In una regia totalmente e piattamente televisiva (si veda solo l’incredibile sequenza dell’agguato nel cimitero, girata in una modalità  indegna di un telefilm teutonico). In una sceneggiatura dalle svolte banali e dai dialoghi per lo più impresentabili, dove ogni tanto fa capolino la “grande frase” che nulla aggiunge al discorso ma vellica le (presunte) aspettative intellettuali del pubblico medio che magari nel tinello si soffermerebbe anche, ma qui dovremmo essere al cinema. In interpreti che ci provano ma, in mancanza di una regia più attenta, svaccano piuttosto malamente. Prontissimo per una presentazione televisiva, magari appena gonfiato in metraggio per tirare le canoniche due puntate: ma la mafia, la sua pervasività , la sua “sicilianità ” nel senso perverso identificato da Sciascia, restano lontanissime. E pensare che si tratti di una storia ispirata a fatti veramente accaduti aggiunge tristezza – e, per chi si è dato la pena di informarsi, anche un po’ di indignazione. Amenta è bravo documentarista, sono convinto potrebbe essere bravo regista tout-court: aspettiamolo alla prossima occasione, ché in questo caso non vale davvero la pena. E per vedere miserie e meschinità  della mafia si suggerisce di tornare a un Donnie Brasco o, rimanendo in Italia, a certo cinema nazional- popolare quanto si vuole ma già  più preciso e tagliente come quello di Damiani o di Di Leo: c’era già  di più, e meglio scritto e diretto. Evitabile.

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