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The reader

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 21-02-2009

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the reader The readerNella Berlino dei primi anni ´50 l´adolescente Michael inizia con Hanna, trentaseienne bigliettaia d´autobus, una relazione fatta di amplessi appassionati e letture di classici della letteratura. Un bel giorno, la donna scompare e Michael è costretto a farsene una ragione e dimenticarla. Qualche anno dopo, ormai prossimo alla laurea in legge, con sua enorme sorpresa Michael ritroverà  la donna, imputata in un processo contro criminali nazisti. Il rapporto di Michael con Hanna, condannata a molti anni di carcere, ricomincerà  in una veste insolita, anche se il tempo non risanerà  le ferite intercorse…

E´ impossibile parlare di The reader tralasciando l´interpretazione di Kate Winslet. Al momento in cui scriviamo non sappiamo ancora se l´attrice inglese riuscirà  finalmente a vincere un Oscar dopo 5 nomination all´asciutto, ma se il film di Stephen Daldry merita di essere visto è essenzialmente grazie alla sua straordinaria interpretazione. Infagottata in vestiti fatti apposta per mortificarne la femminilità , ripresa con luci fredde che le intirizziscono la pelle, Kate Winslet dà  corpo a un personaggio difficile e ambiguo, pieno di rancore e risentimento ma capace di slanci di passione naturali e inusitati. Il passato da cui si nasconde non è indagato con moralismo da Daldry: l´ex kapò è in grado di giustificare il suo operato dicendo di avere solo obbedito agli ordini superiori, e si immola anche nei confronti delle sue ex “colleghe” per un segreto di cui si vergogna. Non c´è redenzione per chi si è macchiato dei crimini più orribili della storia del ‘900, ma nemmeno un giacobinismo giustizialista, e viene in superficie una sorta di pietas che ci sorprende. La donna che invecchia in carcere, cambiando come cambia il mondo mentre il suo amore di gioventù cresce e diviene un avvocato ricco e famoso, sa commuoverci per la gioia fremente con cui attende nuovi regali dal suo “pigmalione” misterioso (di più non vogliamo svelare, per far gustare meglio il film). Partendo dal romanzo semi-autobiografico di Bernard Schlink A voce alta, pubblicato nel 1995 e divenuto in breve un caso letterario a livello mondiale (primo libro tedesco giunto in testa alle classifiche di vendita negli Stati Uniti), Daldry costruisce un film sul potere del passato, sulla catarsi che si ottiene con l´uso sapiente delle parole e della voce. A parte l´interpretazione della Winslet, però, il resto non è del tutto centrato: la scansione temporale, che risente dei leit-motiv alla Inarritu con continui scambi fra presente e passato, è fine a se stessa e alla lunga incomprensibile, e ci impedisce anche di capire le motivazioni e i cambiamenti del personaggio di Michael Berg (interpretato, da adulto, da uno scipito Ralph Fiennes); la sceneggiatura ci impone continue frasi a effetto e personaggi di contorno sfumati e, a volte, insensati (la famiglia Berg appare e scompare senza capire i motivi dell´indifferenza di Michael nei loro riguardi, il professore universitario ha il fare da vecchio sapiente ma rimane troppo in superficie, per non parlare dell´irritante figlia dell´ultima superstite del rogo di ebrei per cui Hanna viene condannata); la regia è al servizio di un´attrice fantastica e poco più. Indipendentemente dalle polemiche che ha già  scatenato in patria e negli Stati Uniti, sterili come da copione (questo è il 252esimo film sull´Olocausto: il filone è certo molto sfruttato, ma non ricordiamo certe dichiarazioni idiote all´uscita di Schindler´s list), questo film è un´occasione mancata per la patina di raffinatezza da cui è ricoperto, tipica peraltro dell´opera di Daldry (regista, lo ricordiamo, anche di The hours e Billy Elliott, che brillavano per la loro incompiutezza); infine, non giova alla brillantezza della pellicola l´insistenza sull´aspetto melò, che fa passare perfino in secondo piano il tema della riflessione sull´Olocausto (centrale nella parte universitaria di Michael) e della possibile/impossibile auto-redenzione dell´ex SS Hanna.
Da vedere, ma senza troppa fretta.

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Il fatto è che l’esperienza con Hanna ha una portata devastante sulla Bildung del giovane Michael, tanto da renderlo indifferente alle belle coetanee e da conferire un inevitabile distacco alle sue nuove relazioni. Il suo sguardo è altrove, a quelle prime irripetibili volte rimangono nel suo immaginario, indelebili. Forse il regista non l’ha spiegato a sufficienza ma è per questo che matura il distacco dalla famiglia, che il maestro Ganz non fa presa fino in fondo e si perde dietro il vetro di una porta girevole, che il mondo ha sempre un che di inadeguato per il nostro. Dopo la separazione dalla moglie, dopo un colloquio amaro con la vecchia madre non sa far altro che tornare al rito degli anni lontani. E’ quel gesto che restituisce a Hanna un briciolo di umanità, tanto da darle la forza di investire in un ultimo (e primo) cambiamento, in quell’unica cosa imparata in lunghi anni di detenzione. Molto ben costruito il personaggio di Hanna, magistralmente restituito nelle movenze rigide, negli scatti nervosi e negli sguardi anelanti, nel tono superiore e distaccato appreso da giovane in Polonia. L’ultimo colloquio tra Hanna e Michael, denso di imbarazzo e di amarezza per quell’oscuro non detto, è particolarmente riuscito. Michael non può perdonare e non può negare di aver amato: l’ebrea superstite gli negherà la sperata catarsi; forse la troverà in quel che resta della sua famiglia.

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