12. Febbraio 2009

Katyń

L’eccidio ha inizio in “Katyn” di Andrzej WajdaL’episodio di Katyń, località russa al confine con la Bielorussia, è ancora viva nella memoria di quei polacchi che, oggi ancora vivi, hanno vissuto gli anni della Seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, pochi giorni dopo l’invasione della Polonia da parte delle armate di Adolf Hitler, i soldati dell’esercito sovietico attraversavano il confine orientale del paese per spartirselo con gli alleati nazisti, come prevedeva il celebre patto Molotov-Ribbentrop. Circa quindicimila soldati dell’esercito polacco, tra cui molti ufficiali che sarebbero potuti diventare l’intellighenzia della futura Polonia, caddero prigionieri nelle mani dei russi e, dopo un breve trasferimento nei boschi attorno a Smolensk, trucidati con un colpo alla nuca e gettati in fosse comuni. Quando, nel 1943, i soldati del Terzo Reich che avanzavano in territorio russo nel pieno dell’operazione Barbarossa scoprirono le fosse, un’abile campagna propagandistica addossò le responsabilità alla ferocia dei nazisti, liberando di ogni colpa i soldati di Stalin, il quale nel frattempo si era unito agli Alleati democratici. Chi a casa attendeva il ritorno dei parenti sopravvissuti o, se non altro, la verità, dovette accettare di vivere una menzogna nella Polonia ricostruita sotto il controllo del comunismo reale o morire. Menzogna che si è protratta intollerabilmente fino alla caduta del Muro di Berlino, quando l’Unione Sovietica nel nome della glasnost di Gorbaciov riconobbe la propria colpevolezza e consegnò al governo polacco gli incartamenti perché se ne facesse una giusta e doverosa rilettura storica.

Andrzej Wajda è figlio di uno degli ufficiali barbaramente uccisi a Katyń. Wajda è anche un artista che ha dovuto crescere con la consapevolezza della menzogna che circondava la morte di suo padre, nonché vedendo la madre struggersi per il ritorno di un marito di cui non accettava la morte poiché il nome era stato scritto in maniera scorretta nelle liste dei caduti. Wajda è inoltre regista di una nazione stuprata per tutto il corso del Novecento, un riconosciuto maestro del cinema che ha utilizzato i suoi film come arma contro l’ingiustizia degli oppressori. Basterebbe un titolo come I dannati di Varsavia per testimoniare l’urgenza politica e l’estetica deflagrante del suo cinema, bissate poi in L’uomo di marmo e L’uomo di ferro dove al nemico nazista si sostituiva quello comunista e l’estetica del documento visivo si mescolava alla finzione in un impianto strutturale da cinema moderno che poteva anche ricordare il Quarto potere di Orson Welles, ma dove appariva anche evidente una certa prolissità che, con l’età, non è certo migliorata. Stessi elementi che ritroviamo in Katyń, che Wajda ha diretto, oltre che per esorcizzare un fantasma del suo passato, anche perché le giovani generazioni polacche non dovessero più riconoscere in Katyń soltanto una località “non lontana da Smolensk”. Una denuncia che dovrebbe far riflettere tutti, anche e soprattutto quel “mondo libero” che, ben sapendo la verità, ha preferito tacere per oltre cinquant’anni per coprire un alleato scomodo, anche quando la contrapposizione tra blocco capitalista e blocco comunista della Guerra Fredda aveva rimescolato le carte ancora una volta e trasformato l’amico di ieri nel nemico del giorno dopo. Un esempio di impegno civile che noi facciamo uscire colpevolmente in ritardo alla vigilia degli Oscar 2009, quando la pellicola partecipò come miglior film straniero alla precedente edizione.

Che poi il film di Wajda si porti dietro un’indefinibile sensazione di déjà vu è più un sintomo di come il periodo storico in questione sia ormai inflazionato e bruciato da tante altre pellicole e tanta fiction televisiva, più che una colpa del regista, il quale, va detto, non fa però granché per uscire dall’impasse. A una regia anche fin troppo impostata si accompagna una simbologia che qua e là appesantisce il testo (vogliamo parlare della sorella polacca che rinuncia ai capelli in un teatro in cui si recita l’Antigone di Sofocle per pagare la lapide del fratello morto?). Poi, però, sui ricordi sprigionati dalle pagine di un diario ritrovato negli ultimi venti minuti prende forma il rimosso e l’eccidio nei boschi viene rivelato in una luce livida e un silenzio immoto, dove il grado zero della scrittura drammaturgica dà forma alla bestialità della morte al lavoro e inflitta con freddezza glaciale da uomini senza volto e senza voce. Un pugno allo stomaco contrappuntato dalle preghiere dei morenti e, nel finire, dalla liturgica musica di Krzysztof Penderecki (lo stesso utilizzato da Kubrick in 2001 e Shining), e allora quando le luci si accendono a tradimento rimane soltanto il mutismo e lo sbigottimento della platea. La visione vale sicuramente – e soprattutto – anche soltanto per questo.

3 Commenti

1. patrizia zannoni scrive il 23 Marzo 2009 alle 11:34

Il film è altamente drammatico, ma il vero dramma sta nell’aver occultato per così tanti anni la verità, che è un atteggiamento offensivo per le vittime e oltraggioso per i superstiti. Andrebbe diffuso maggiormente.

2. Tullio Di Francesco scrive il 06 Aprile 2009 alle 10:56

Pienamente d’accordo. Quello che speravo si capisse dalla recensione è che la colpa è anche (meglio, soprattutto) degli alleati democratici che sapevano ma hanno taciuto. In fondo, le dittature non fanno altro che il loro lavoro diffondendo la menzogna. Ma il lavoro delle democrazie quale dovrebbe essere?

3. Tullio Di Francesco scrive il 07 Aprile 2009 alle 23:30

Pubblichiamo volentieri un comunicato stampa che ci è giunto riguardo al film:

KATYN A MILANO
Il pubblico milanese premia l’uscita del film di Wajda

Dopo una lunga battaglia condotta dal distributore Mario Mazzarotto della Movimento Film e da innumerevoli interventi della stampa volti a favorire l’uscita di Katyn nelle sale, soprattutto in città come Milano, aperte al dibattito culturale ed attente al linguaggio cinematografico, la parola è ora al pubblico.
I risultati sono più che lusinghieri: secondo i dati cinetel, nei primi 4 giorni di programmazione al Cinema Palestrina(venerdì 3, sabato 4, domenica 5 e lunedì 6 aprile) l’incasso totale è di € 6.005.50.
Con un totale di 1224 presenze ed una media copia per i quattro giorni di € 1501,37, Katyn si posiziona nei primi incassi tra i titoli d’autore.
Lunga vita a Katyn ed un grazie alla stampa e agli spettatori!

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