Il curioso caso di Benjamin Button
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 12-02-2009
Tag:Brad-Pitt, Cate-Blanchett, David-Fincher, Erich-Roth, Forrest-Gump, Francis-Scott-Fitzgerald, Il-curioso-caso-di-Benjamin-Button, Mark-Twain, nominations, Oscar, tredici
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Come ricorda il suo diario, Benjamin Button nasce in circostanze particolari per più di un motivo. In primo luogo lo fa proprio la sera in cui si festeggia la fine della prima guerra mondiale. Inoltre la madre muore di parto e il padre, sconvolto, lo abbandona davanti alle scale di una casa di riposo. Ma, soprattutto, nasce con la salute e la costituzione fisica di un novantenne, tanto da far temere che non possa superare la notte. Ma Benjamin non è uno scherzo di natura, o meglio è uno scherzo complesso: anziché invecchiare col passare del tempo ringiovanisce, almeno nel fisico. Situazione apparentemente ideale. Ma che significa anche clamorosi malintesi – talvolta favorevoli, talvolta no – e che complica tremendamente il concretizzarsi della sua storia d’amore con Daisy, bambina conosciuta e immediatamente amata sin da quando aveva dieci anni e sembrava un ottantenne…
Candidato a tredici Oscar, Il curioso caso di Benjamin Button è uno di quei film che sembrano creati apposta per mettere in difficoltà il recensore. Difficile dirne male, vista la messe di consensi ricevuti in America e concretizzatasi in un numero di nomination tra i più alti nella storia del cinema hollywoodiano. Si passerebbe inevitabilmente nel migliore dei casi per snob, nel peggiore – e più probabile – per ottuso e fumoso difensore di un supposto, e difficilmente definibile, “cinema di qualità ”. Ma, non avendo poi molto da perdere, tanto vale esporsi: e dire che si tratta di un filmetto artatamente gonfiato alle dimensioni – produttive, di durata e soprattutto “ideologiche” – di capolavoro solamente e meramente annunciato. A partire dalle firme coinvolte: un David Fincher in cabina di regia, un Erich Roth già Oscar per la sceneggiatura di Forrest Gump che lavora su un racconto di Francis Scott Fitzgerald a sua volta ispirato da Mark Twain, due tra gli attori più rappresentativi dello star system odierno, una crew tecnica di assoluto rispetto. E, se si potesse esaminare una pellicola dalle singole parti che lo compongono, sembrerebbe strano non pensare a un’opera di quelle destinate ad entrare nella storia. Ma il risultato vero, come si diceva prima, è relativamente modesto. Non a livello tecnico, per carità , e non ci si stupirebbe affatto che nelle categorie minori (in partcolrae nel trucco, con un morphing assolutamente stupefacente) le statuette fioccassero: e anche Brad Pitt e Cate Blanchett, sebbene personalmente quest’anno preferisca altre performances in entrambe l categorie, nell’eventualità di un Oscar non ruberebbero niente. A mancare, o ad essere clamorosamente debole, è l’ossatura portante. Erich Roth ha scritto Forrest Gump, si è, detto, e purtroppo scrive questo film come se si trattasse di un remake di quello. Replicandone sostanzialmente l’impalcatura narrativa, l’uso insistito di frasi/mantra (là “La vita è come una scatola di cioccolatini…”, qui “Non sai mai cosa c’è in serbo”), le svolte drammatiche. E anche qui l’ambizione evidente è quella di narrare “il secolo americano” a partire dalle vicende di un freak più ricettivo proprio perché diverso e, apparentemente, inferiore rispetto al contesto. Ma se, pur con molti distinguo, nel prototipo conservava una ispirazione e uno sguardo alla storia statunitense magari non condivisibile ma unitario, qui non si ripete. Di fatto assistiamo a due film in uno: infanzia e adolescenza del protagonista – la parte migliore, mossa e godibile seppur con qualche sottolineatura simbolica non necessaria (il colibrì che si leva dal salvagente della nave affondata), e successiva storia d’amore. Quest’ultima pesante, lacrimevole e largamente prevedibile in tutte le sue svolte. Quanto a Fincher confermo il giudizio che esprimo da sempre: un potenziale genio, capace di trovare sempre l’inquadratura e il movimento di macchina migliore per la situazione descritta, ma troppo innamorato del suo virtuosismo per saper rinunciare a qualcosa così da dare un’impronta unitaria e autoriale ai suoi film. E, dopo una durata interminabile, si apprende che ognuno vive la vita secondo i suoi talenti ma poi si muore. Lo sospettavamo già : e dopo quasi tre ore di calligrafismo cinematografico la cosa un po’ indispone. A dispetto del battage mediatico/pubblicitario, si può saltare: in giro c’è del cinema molto migliore. E il sospetto è che su un tema del genere Tim Burton avrebbe lavorato assai meglio.


