Berlinale quarto giorno: il messaggero della contessa di Londra
Ah, le frenetiche giornate festivaliere. Un film, poi una conferenza stampa, poi un altro film, poi un’altra conferenza stampa, e le foto, e le interviste, e i saluti ai “colleghi”, e un caffè rubato in uno spazio non concesso, e i pranzi saltati. Sempre meglio che lavorare, direbbe qualcuno, e noi sottoscriviamo. Ma a volte il tempo manca, anche per rielaborare ciò che si è appena guardato. E per pensare che stavolta, ahimè, il tempo è concluso. Il volo per Milano ci attende rollando sulla pista di Schonfeld, e un piccolo nevischio saluta la nostra partenza. C’è ancora sufficiente spazio per commentare le ultime visioni, però.
Julie Delpy, l’iperattiva attrice da sempre nei nostri cuori postadolescenziali da Prima dell’alba, ha portato a Berlino, nella sezione Panorama,a il suo terzo film da regista, The countess. La vicenda, basata su una storia vera, è una cupa storia di passioni, potere, omicidi di giovani vergini, amori impossibili, ambientata nell’Ungheria minacciata dai Turchi del XVII secolo. La Delpy si ritaglia un ruolo di donna anaffettiva alla ricerca dell’eterna giovinezza con l’uso del sangue di ragazzine implumi per riconquistare un giovane amante perduto nella ragion di Stato di un padre corrotto e avido. Il film ha il pregio di non indulgere in facili stilemi horror, somigliando più che altro a un’antica tragedia attica, con la contrapposizione tra amore e potere, passione e soldi. L’impianto narrativo è solido anche se prevedibile, la recitazione partecipata da parte sia della stessa Delpy, sia di un William Hurt silente e luciferino e di una convincente Annamaria Marinca, attrice rumena rivelazione a Cannes e qui a Berlino con 2 film. Il risultato è inferiore alle attese soprattutto per alcuni scivoloni verso una grossolana banalità e, forse, per il desiderio di strafare da parte della regista-attrice (per la prima volta impegnata in una coproduzione dai grossi budget).
Più semplice, ma anche molto più convincente, è The messenger, opera prima in Concorso dell’israelo-americano Oren Moverman che narra del rapporto interocrrente fra 2 soldati la cui missione è quella di informare per primi i familiari delle vittime americane in Iraq di quanto è accaduto ai loro cari. Il rimbalzo fra la burocraticità senza cuore della procedura seguita e l’esigenza di umanizzare il messaggio portato ha notevoli squarci di cinema; la macchina da presa ruota fra i familiari informati e i 2 militari, seguendo il punto di vista dei messaggeri e le reazioni di chi riceve la notizia, e il tenero rapporto di affetto che si crea fra uno dei 2 militari (un Ben Foster attento e misurato) e una giovane vedova (Samantha Morton, semplicemente strepitosa) viene seguito con partecipazione commovente fino a un piano sequenza da brivido lungo 10 minuti. Un film potente, di impatto emotivo molto forte, ben costruito ma senza troppi frizzi e lazzi: si candida alla vittoria, anche per il respiro internazionale della vicenda e per l’originalità del tema trattato.
Del tutto inutile, invece, London River, nuovo film del franco-algerino Rachid Bouchareb portato in concorso forse a causa del suo gentile tentativo di mostrare una possibile integrazione razziale. Tutto si snoda attraverso il rapporto, dapprima diffidente poi sempre più compartecipe, fra il padre di un africano e la madre di una anziana signora di Guernsey, fidanzati a Londra all’insaputa dei genitori, che sono scomparsi proprio nel giorno in cui, nel luglio 2005, è saltato in aria un bus nel centro della capitale inglese. Nonostante la presenza strabordante di una Brenda Blethyn cui il regista regala ogni inquadratura possibile, il film rimane un simpatico compitino che non emoziona, risultando alla fine prevedibile e perfino banale sia nell’approccio registico, sia nella narrazione, sia nelle intenzioni. Un’occasione persa, capace di interessare le anime belle (incredibilmente numerose, dati gli applausi ascoltati al termine della proiezione) ma che crediamo debba essere bellam
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