In evidenza

Die Hard – Vivere o morire

Siamo alla vigilia del 4 luglio, quando la colossale nazione statunitense celebra se stessa. Ma avrebbe poco da stare allegra se si rendesse conto di quanto fragile è il suo sistema di difesa. A renderla consapevole se ne incarica Gabriel (nome profetico), un tempo responsabile informatico del sistema...

Continua a leggere...

Berlinale secondo giorno: Elly in un’elettrica tempesta di nebbia

Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2009 | Posted on 07-02-2009

Tag:, , , , , , , , , , , , , ,

0

boulevard 20090206 Berlinale secondo giorno: Elly in unelettrica tempesta di nebbiaIl week end berlinese comincia placido con una nebbiolina milanese, i bar ancora chiusi e la metropolitana miracolosamente semi-vuota. Ciondolando verso il Palast alle 9 del mattino, mentre intorno a noi la città  dorme ancora, ci si chiede se ne sarà  valsa la pena: domanda che spesso risuona fra gli appassionati cinefestivalieri, quelli che il viaggio se lo pagano di tasca propria, mica con la diaria redazionale.

La mattina diventa gioiosa già  alla fine del primo film, l´iraniano About Elly, del regisdta Asghar Farhadi, giunto con questo film al suo quinto lungometraggio. La vicenda si basa sulla scomparsa della giovane maestra d´asilo Elly, che ha seguito la madre di un´allieva e un gruppo di suoi amici caciaroni (fra cui Ahmad, neodivorziato in cerca di fidanzata) in un week end fuori Teheran. La possibile morte per annegamento di Elly porta alla luce una serie di rancori e di sospetti fino a quel momento tenuti nell´ombra, che tramutano la vacanza in tragedia. Oltre alla recitazione, basata su uno script ma anche largamente improvvisata da un gruppo di attori fortemente coinvolti e uniti, e l´eccellente uso del montaggio, a impressionare è l´ambientazione sociale della pellicola: i protagonisti appartengono alla classe agiata, possiedono soldi e belle auto, e tutto fa propendere per una metafora politica; le due parti del film, non a caso, sono divise da un colpo secco come uno sparo che avviene nel momento di massima libertà  (una partita di pallavolo, un aquilone che vola sulla spiaggia, le donne che guidano una jeep per andare in paese); la perdita dell´innocenza di un gruppo (di un popolo, nella metafora) comporta paura, sospetto, acrimonia, e nulla sarà  mai più come prima. Un monito contro la deriva integralista pro-Ahmadinejad? Il regista lascia nel dubbio, consentendo ogni interpretazione, ma crediamo fortemente che sia così.
Nettamente chiara invece la vicenda alla base di Storm, nuova opera del quarantetreenne tedesco Hans-Christian Schmid. Hanna è il pubblico ministero alla Corte Internazionale de L´Aja durante un processo contro un criminale di guerra serbo-bosniaco; il dibattimento si basa su un testimone le cui accuse si rivelano infondate fino a spingerlo al suicidio, ma quando il criminale pensa di averla fatta franca spunta la sorella del testimone, che ha visto cose ben peggiori avvenute in un albergo della Repubblica Serbia di Bosnia e che fino a quel momento ha taciuto per vergogna e paura. Ma la politica ci si mette di mezzo e rischia di rovinare il lavoro di Hanna, cui rimane una difficile scelta. Il film di Schmid convince appieno per la capacità  di non scivolare sul delicato terreno della retorica civile, pur prendendo una posizione chiara e limpida. Sono le coscienze individuali a essere state distrutte nella penosa guerra serbo-bosniaca, fino all´incapacità  di poter rivelare perfino ai propri parenti più cari gli orrori vissuti sullea propria pelle. Solo un sussulto di orgoglio può riconsegnare l´onore perduto, e poco importa se il risultato sarà  diverso da quello sperato: si può ricominciare a vivere, facendo i conti con il proprio passato e pensando, nuovamente, alla possibilità  di un futuro felice. Interpretato con vigore e partecipazione dalla sempre convincente Kerry Fox, il film, rigoroso e potente, sempre a un passo dal formalismo ma capacei di continue svolte narrative, si candida fortemente per uno dei premi maggiori.
Parziale delusione, invece, per il film che Bertrand Tavernier accompagna a Berlino, In the electric mist, tratto dall´omonimo romanzo dello scrittore americano James Lee Burke. Tornato per la seconda volta, dopo Colpo di spugna del 1981, nei territori dell´hard-boiled, il regista francese si impantana in una pesantezza formale che non giova alla perfetta comprensione dei risvolti della pellicola. La vicenda, che vede un detective alla caccia di uno spietato serial killer fare i conti con il proprio passato, è infatti spezzettata in rivoli continui con personaggi a volte sfocati, a volte solo abbozzati, fino a deliri da LSD resi posticci da un finale telefonato. Rimane intatta la capacità  di evocare la brutalità  della violenza, da qualunque parte essa arrivi (il protagonista, che picchia senza pietà  chi gli si para davanti, è considerato un brav´uomo), il razzismo come base sociale, i rapporti di forza basati su sesso e pistole, ma ciò non è abbastanza per far decollare la pellicola che rimane ancorata a ottime buone intenzioni. Importanti le interpretazioni di Tommy Lee Jones e di John Goodman, che non vanno però anch´essi oltre un clichè ormai collaudato.

VN:R_U [1.9.10_1130]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
VN:F [1.9.10_1130]
Rating: 0 (from 0 votes)

Write a comment

i migliori Annunci Escort e Trans d'Italia