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Primo giorno: angeli che nuotano leggendo

Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2009 | Posted on 06-02-2009

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berlinale 2009 Primo giorno: angeli che nuotano leggendoLa Berlinale cala l´asso in anticipo: commercialmente parlando, infatti, l´anteprima fuori concorso di The international, blockbusterone diretto dal tedesco Tom Tykwer (che dopo Lola corre ne ha imbroccate ben poche) e reso stravendibile dalla presenza di Clive Owen e Naomi Watts, farà  parlare molto della 59esima edizione di uno dei Festival più interessanti del panorama internazionale. Non che la Berlinale abbia bisogno di presentazioni, ma qualche luce negli occhi porta l´attenzione di molta stampa e, soprattutto, di un pubblico più folto. D´altronde l´edizione 2009 si caratterizza per una scelta di nomi, almeno nel Concorso , che attraggano schiere di appassionati oltrechè le sparute file dei cinefili, così da rinvigorire il tradizionale red carpet, concetto finora un po´ frivolo per i rigori germanici.

E chi, se non la statuaria ed empirea Kate Winslet, poteva inaugurare al meglio la competizione? Protagonista assoluta del film The reader di Stephen Daldry (già  noto per The hours, che aveva dato una svolta importante alla carriera di Nicole Kidman), la Winslet tiene gli occhi dello spettatore incollati allo schermo, sia quando si avvinghia al corpo del suo giovane amante, mostrando senza pudori la sua pelle imperfetta, sia quando sussurra parole che suggellano l´impossibilità  del perdono dopo la tragedia di cui è stata protagonista durante il nazismo, sia quando accenna a un “sì” pieno di paura, dolcezza e rabbia al tremante “Ma tu mi ami?” pronunciato dal ragazzo; il film si regge tutto sulla sua mostruosa bravura, per la quale la candidatura all´Oscar (la quinta in 12 anni, un record!) è una pura formalità  e la sua vittoria un atto del tutto legittimabile. Per il resto, il tentativo di spiegare le difficoltà  di riconciliazione con il passato di un intero popolo, svolto attraverso la dolorosa rielaborazione del ricordo di un brillante avvocato che fu amante, durante l´adolescenza, di una matura bigliettaia con trascorsi inconfessabili, rimane un film riuscito solo a metà . Al di là  della scelta di giostrare il racconto in insistiti cambi temporali, concessione a una moda spesso deprecabile sebbene in questo caso giustificabile vista la centralità  dei rapporti causa-effetto, Daldry spinge troppo sul lato compassionevole della vicenda e lascia nell´ombra il personaggio del ragazzo (interpretato, nella maturità , da un misurato Ralph Fiennes) e le sue motivazioni. L´idea che dà  il titolo al film ha una forza dirompente ed è capace di emozionare, ma pare accidentale nell´economia della storia visto lo sfondo dolorosamente gigantesco in cui si insinua.Nonostante ciò, si deve ammettere che il film è avvincente e la sceneggiatura mai indulgente verso retorici piagnistei o accuse superficiali, tanto che il finale è perfino sottotono e consente una nuova speranza in un minimalismo familiare che non dimentica il passato, ma parte da esso per accettarlo e farlo proprio. Film da fazzoletti e da brave signore, temiamo, ma godibile anche da un pubblico meno banale.
La Winslet oscura il sole anche quando brilla ma non ci fa dimenticare la segnalazione di altri due film presentati oggi, entrambi curiosamente incentrati sulla figura di bambini un po´, come dire, speciali.
Il primo è El nino pez di Lucia Puenzo, che si era fatta notare nel 2007 con XXY; il pesce bambino del titolo è il protagonista di una leggenda paraguayana che narra di un bimbo che nuota sul fondo di un lago e che farebbe risorgere gli annegati; la racconta Guayi a Lala, figlia del giudice argentino presso cui lavora come colf, mentre favoleggia di scappare con lei e costruire una casa proprio sulle rive di quel lago. Le due ragazze sono amanti, ma la morte violenta del giudice le divide, portando Guayi in prigione e Lala alla ricerca del passato della fidanzata. Il realismo magico della Puenzo mal si concilia con la crudezza della storia narrata attraverso immagini sgranate e una fotografia volutamente sgradevole, fino a un finale puerilmente impossibile tra sparatorie, cani assassini e poliziotti beceri. La carne al fuoco era molta e le intenzioni interessanti, ma la pochezza della messinscena sottintende a una confusione nell´uso dei mezzi a disposizione che disturba anzichè coinvolgere.
Il secondo è Ricky, nuova fatica di Francois Ozon, incentrato sulle difficoltà  che trova una ragazza madre ad accettare un figlio bellissimo ma in possesso di 2 splendide ali d´angelo. Sola e nevrotica, la donna allontana il padre del bambino (un operaio spagnolo svagato ma a suo modo tenero), non è in grado di tenere a bada l´inevitabile circo mediatico scatenato dalla presenza di un bimbo simile, e viene aiutata solo dalla figlia di 6 anni, voce narrante di una coscienza individuale che diventa familiare quando avviene una quasi miracolosa riconciliazione. In questo film Ozon sembra inizialmente tornare ai suoi esordi fassbinderiani con un pizzico di modernismo alla Dardenne: il ritratto di una desolazione periferica, i personaggi estremi e difficilmente tollerabili, la sensibilità  spinta all´eccesso e l´incomprensione negli atteggiamenti sono un marchio di fabbrica che giostra al meglio nella prima parte; quando al bimbo spuntano le ali, il tutto si tramuta in una simil-farsa talmente poco credibile che il pubblico in sala è orientato a sghignazzare senza ritegno e a noi sembra che l´ineffabile regista francese abbia voluto un´altra volta prendersi gioco dello spettatore. Il problema è che la direzione e la motivazione stessa del film sono criptiche, al di là  della banale sottolineatura della necessità  di autoaccettazione e di un nucleo di serenità  da cui partire per poter vivere con gioia e tranquillità . Se questo era il fine, la presenza di un bimbo con le ali diviene superflua e perfino fastidiosa. Altrimenti, si deve dolorosamente certificare il definitivo tramonto di un vero talento della cinematografia europea.

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