L’episodio di Katyń, località russa al confine con la Bielorussia, è ancora viva nella memoria di quei polacchi che, oggi ancora vivi, hanno vissuto gli anni della Seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, pochi giorni dopo l’invasione della Polonia da parte delle armate di Adolf Hitler, i soldati dell’esercito sovietico attraversavano il confine orientale del paese per spartirselo con gli alleati nazisti, come prevedeva il celebre patto Molotov-Ribbentrop. Circa quindicimila soldati dell’esercito polacco, tra cui molti ufficiali che sarebbero potuti diventare l’intellighenzia della futura Polonia, caddero prigionieri nelle mani dei russi e, dopo un breve trasferimento nei boschi attorno a Smolensk, trucidati con un colpo alla nuca e gettati in fosse comuni. Quando, nel 1943, i soldati del Terzo Reich che avanzavano in territorio russo nel pieno dell’operazione Barbarossa scoprirono le fosse, un’abile campagna propagandistica addossò le responsabilità alla ferocia dei nazisti, liberando di ogni colpa i soldati di Stalin, il quale nel frattempo si era unito agli Alleati democratici. Chi a casa attendeva il ritorno dei parenti sopravvissuti o, se non altro, la verità, dovette accettare di vivere una menzogna nella Polonia ricostruita sotto il controllo del comunismo reale o morire. Menzogna che si è protratta intollerabilmente fino alla caduta del Muro di Berlino, quando l’Unione Sovietica nel nome della glasnost di Gorbaciov riconobbe la propria colpevolezza e consegnò al governo polacco gli incartamenti perché se ne facesse una giusta e doverosa rilettura storica. Leggi articolo completo…