Vuoti a rendere
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 27-01-2009
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Joseph, 65enne insegnante di lettere praghese, decide di andare in pensione quando sente che il suo lavoro lo rende inutile e infelice. Del tutto incapace però di starsene in panciolle (a casa si annoia e le sue notti sono ricche di sogni popolati da donne discinte che lo ammaliano per poi scomparire), si cerca un nuovo lavoro e lo trova come addetto alla resa dei vuoti di bottiglia in un piccolo supermarket vicino a casa. Qui è alle prese ogni giorno con la più varia umanità , che Joseph sa blandire fino a diventarne complice. Non altrettanto riesce a fare con la moglie, ex insegnante inacidita, e la figlia, di recente separatasi dal marito medico, diventata una cattolica fervente sulla via per l´integralismo. Ma all´orizzonte c´è il 40esimo anniversario di matrimonio…
Saper raccontare la vecchiaia senza paternalismo è impresa non da poco, che Jan Sverak (autore nel 1996 di Kolya, vincitore dell´Oscar come miglior film straniero, poi scomparso in un semi-anonimato) supera di slancio. La vicenda è minimale come lo stesso titolo tende a suggerire, eppure ci si appassiona all´incapacità del protagonista di convivere con la vecchiaia che avanza (i suoi sogni a sfondo sessuale e i suoi impulsi erotici sono esilaranti); alla sua naturale capacità empatica che lo porta dall´essere un disilluso professore preso in giro dagli allievi a diventare il punto di riferimento di un´intera clientela; alla sua ossessiva ricerca di una felicità personale che non sa prescindere da quella di chi gli sta intorno. L´egocentrismo di Joseph non si trasforma mai in egoismo, nonostante la sua maschera non sia del tutto scevra da ombre che il regista ci mostra senza alcun problema (il rapporto con l´ex genero è “politicamente” scorretto, così come il desiderio, costantemente presente, di tradire una moglie che appare capace solo di rimproverarlo). In un microcosmo fatto di gesti piccoli, ma non per questo senza importanza, si ricompone un quadro familiare altrimenti in disgregazione, e le ingenue furbizie di Joseph rendono il suo mondo uguale a lui, appena più felice. E´ un deus ex machina, l´anziano professore, che dona allegria con elegante sfrontatezza d´altri tempi (le rose rosse come pegno d´amore, i fiori come dimostrazione di compartecipazione, il regalo di una sorpresa inaspettata anche se non del tutto accettabile), quasi un folletto delle saghe nordiche, sornione, dispettoso ma dal cuore d´oro.
Zdenek Sverak, padre del regista e acclamato attore di prosa in patria, regala il suo viso, mobilissimo dietro la barba ieratica, al protagonista e contribuisce con forza al successo del film. Il resto è un´umanità in difficoltà per i problemi contingenti e l´incapacità di trovare serenità nei rapporti, vecchia anche senza esserlo, che vorrebbe cercare l´antica spensieratezza senza conoscere la strada per arrivarci. Il segreto è la leggerezza; quella che propana a piene mani Joseph ai suoi amici, familiari e colleghi (non a caso, gli unici essere con cui sembra riuscire a trovare un rapporto immediato sono gli anziani e il nipotino di 6 anni, esseri innocenti come lui); quella che saprà ritrovare la moglie, innamorata delusa ma ancora profondamente vicina al cuore di Joseph; quella con cui il regista stesso gioca, inserendo il titolo del film che gli ha portato fortuna, Kolya, fra i programmi tv che la moglie di Joseph segna come assolutamente da vedere una sera. Un´autoironia garbata ma non banale, che induce al riso non sguaiato e permette di vedere un po´ di rosa fra le nuvole grigie. Da vedere.


