19. Gennaio 2009

Imago mortis

Il tanatografo all’opera in “imago mortis”Bruno studia in una scuola di cinema fatiscente e piuttosto tenebrosa dedicata al maestro dell’espressionismo tedesco Friedrich Wilhelm Murnau. Ha un buon rapporto con le figure istituzionali, compreso il rettore, celebrato regista del passato ora soprannominato Caligari a causa della sua passione – manco a dirlo – per il cinema espressionista. Ha anche un buon rapporto con i compagni, dai nomi altrettanto improbabili come Ozu, Aki (forse Kurosawa?), Leilou (come la diafana protagonista del Quinto elemento?). Le cose cominciano a guastarsi quando, durante lo svolgimento di alcune prove assegnate dal corpo docenti per individuare studenti dotati di particolare talento, uno spettro appare a Bruno e lo conduce a riesumare il tanatografo, un antico strumento ideato da uno scienziato del Seicento, capace di impressionare su lastra le ultime immagini viste dagli occhi di chi si sottopone al mortale marchingegno. Aiutato nelle indagini da Arianna, compagna di cui è invaghito, Bruno scopre che le ultime vittime del tanatografo risalgono a un incidente verificatosi sul set di uno dei vecchi film di Caligari. Quando però il congegno sparisce, gli studenti della scuola iniziano a morire come mosche. L’unica via d’uscita per Bruno è rivolgersi a Ermete, l’anziano direttore della fotografia di Caligari…

Recentemente facevamo delle considerazioni sulla rinascita del cinema horror spagnolo scrivendo di The Orphanage. Ci torniamo su ora con Imago mortis, film diretto dall’italiano Stefano Bessoni e girato dalle parti di Torino, ma che si inscrive perfettamente nel fenomeno testé citato. Bessoni, innanzitutto, è esordiente nel lungometraggio di finzione ma vanta molti corti alle spalle, un apprendistato come direttore della fotografia e montatore con Pupi Avati, oltre a una passione smodata per tutto ciò che è scientifico e per il mondo dei fumetti (inutile inarcare le sopracciglia: chi ha letto La fisica dei supereroi di James Kakalios sa che le due cose vanno perfettamente a braccetto). La sua fortuna inizia quando incontra Luis Berdejo, lo sceneggiatore dell’ormai conosciutissimo [Rec] di Balgueró e Plaza, e arriva finalmente a realizzare la sceneggiatura di una storia che gli frullava in testa ormai da anni. Da lì a portarla sullo schermo, grazie all’interessamento e ai capitali spagnoli, è questione di un attimo.

Il punto di forza di un film come Imago mortis è quello di reinventarsi un genere, quello horror, che in Italia è scomparso almeno dalla fine degli anni Sessanta, quando è venuto meno quel mondo di onesto artigianato a buon mercato di serie B (se non Z) che poteva paragonarsi a ciò che sfornavano gli studios americani nel trentennio precedente. In alternativa, sull’esempio di colui che all’epoca era il maestro indiscusso del genere, Dario Argento, l’horror italiano ha continuato ad affiorare occasionalmente con alcuni “autori” e prendendo la piega dello slasher (da Soavi ai Manetti Brothers). Oggi che lo slasher sembra tenere banco con titoli apripista all’insegna del sadismo più spinto (Saw, Hostel), Bessoni tenta invece la carta del cinema di suspense e d’atmosfera come dei recenti Amenábar e Del Toro, a suo modo d’autore e che si avvicina più a classici come quelli di Tourneur e Ulmer (senza contare Murnau, Lang, Wiene, Wegener), che alla svolta presa negli anni Settanta.
Quello che gli fa perdere punti è che la tensione e la qualità artistica del film sono pari a quelle che possiamo trovare mensilmente sulle pagine di un qualsiasi albetto di Dylan Dog. Stesso simbolismo trasparente (personaggi che si chiamano Orfeo e Ermete, oltre a quelli già citati), metacinema frusto che potrebbe colpire giusto un adolescente amatoriale. La regia di Bessoni è né più né meno quella che possiamo riscontrare oggi nel già citato Dario Argento: mai un brivido rimarchevole e un fiacco snocciolamento di tutti i canoni del genere. L’operazione è riconoscibile fin dalla presenza dell’ormai incartapecorita Geraldine Chaplin che, nel ruolo della finanziatrice della scuola, quasi replica la parte che aveva in The Orphanage. Luci e ombre del film hanno ben poco di espressionista, e sembrano piuttosto appiattirsi nello sporco e nella penombra di ciò che nel cinema di oggi viene definito “atmosfera macabra”. Sicuramente la visione di questo film non cambierà la vita a nessuno. Il consiglio è di soprassedere e, magari, recuperare qualche vero classico del passato.

2 Commenti

1. Michael scrive il 21 Febbraio 2009 alle 14:34

quello che lascia veramente inderdetti di Imago Mortis è la totale mancanza di linguaggio… è una scopiazzattura scolastica e fastidiosa di modelli molto eterogenei tra di loro dall’inizio alla fine. DA EVITARE…

2. Tullio scrive il 14 Marzo 2009 alle 02:33

Come poter non concordare? (con colpevole ritardo, of course)

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