15. Gennaio 2009

Appaloosa

Viggo Mortensen e Ed Harris in “Appaloosa”New Mexico, 1882. Virgil Cole ed Everett Hitch, formidabili pistoleri dalla parte della giustizia, vengono chiamati dagli assessori del piccolo centro minerario di Appaloosa per ristabilirvi l’ordine dopo che lo sceriffo è stato ucciso a sangue freddo dall’arrogante proprietario terriero Randall Bragg. I due, non senza mostrare la loro vena tutt’altro che pacifica, diventeranno sceriffo e vice e arresteranno Bragg in attesa che giunga il giudice per il processo. Quando arriva in città la pianista Allison French, un’affascinante e disinibita vedova di buone maniere alle cui grazie Cole non è indifferente, sembra che si sia spianata ormai la strada verso la normalità, ma la vita riserva di continuo le sorprese più imprevedibili…

Dare per morto e sepolto il western è una delle battaglie che certa critica miope sembra destinata immancabilmente a perdere. Soprattutto quando il genere prende le pieghe più disparate ed è in grado di rigenerarsi riuscendo a diventare il mezzo per raccontare una modernità ancora più sorprendente, date le ambientazioni oramai vetuste. E’ il caso di questo ottimo film di Ed Harris che, sebbene tratto dall’omonimo romanzo di Richard Parker e quindi, in qualche modo, costretto entro i margini ristretti dell’epopea, sa emozionare e coinvolgere grazie al racconto di una splendida amicizia virile. Le figure che popolano la pellicola non sono cartonati buoni a dipingere una civiltà pallidamente al tramonto, ma hanno la potenza della contemporaneità. Tale è soprattutto il personaggio di Allison, una donna in netto anticipo sui tempi, capace di una feroce autodeterminazione e in grado di combattere per essa, anche perdendosi in un cinico egoismo pur di rimanere fedele alla propria libertà di scelta; ma non da meno sono Cole e Hitch, uomini uniti da una silenziosa lealtà che non ha bisogno di parole per spiegarsi ma si nutre di sguardi complici e sorrisi a mezza bocca, sorta di amici di un’infanzia forse negata che sanno capire, perdonare e agire fino al sacrificio. Ugualmente moderni sono Bragg, spregiudicato uomo d’affari in combutta con il potere, e gli stessi assessori, pavidi e corruttibili. Nelle ombre di un sole accecante si svolge l’epica cavalleresca che è alla base del genere, e ivi ci riconduce con gli usuali stilemi (i duelli a un’ora prestabilita, i saloon dove si beve e si spara, le bande a cavallo, la sabbia che riempie la visuale), ma qualcosa ribolle alla base di tutto, qualcosa che ci riporta alla nostra disancorata vita del XXI secolo: è la capacità di mantenere la parola data, la volontà di essere fedeli a valori cercati, condivisi, difesi con le unghie e coi denti davanti all’arroganza e alla violenza più cieca, l’angoscia per il nostro destino, l’imprevedibilità della vita (tratteggiata all’inizio dalla voce off di Hitch, che ci porta senza sussulti in medias res), il desiderio di giustizia e di una vita migliore, la ricerca di una felicità duratura. Temi universali, come si può vedere, su cui legioni di cineasti hanno costruito i propri fallimenti e che invece vengono qui trattati con incredibile misura e pacatezza in virtù di una sceneggiatura che andrebbe studiata nelle scuole specializzate per quanto sa sviscerare la vicenda con naturalezza e, insieme, incisività. Le interpretazioni maiuscole di un cast ben assortito fanno il resto, ma non ce ne vorranno Ed Harris (Cole), Renèe Zellweger (Allie) e Jeremy Irons (Bragg) se eleviamo un peana a Viggo Mortensen, che tra una lucidata al suo fucile e uno sguardo all’orizzonte condisce la snella figura di Hitch di parole e silenzi colmi di pathos e pietà, diretta provenienza dalle duplici esperienze dell’attore con Cronenberg in History of violence e Eastern promises.
Una splendida sorpresa, soprattutto dopo il precedente Pollock, deludente esordio alla regia di Harris. Da vedere.

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